Zazie nel metrò

Raymondo Queneau – Einaudi – traduzione Franco Fortini

“Zazie ci mise un po’ di tempo prima di accorgersi che, non lontano da lei, un barocco lavoro di ferro battuto piantato sul marciapiede era coronato dalla scritta METRÓ. Subito dimentica dello spettacolo della via, Zazie si avvicinò al fiato dell’apertura, sentendosi mancare il proprio per l’emozione.”

Ma poi, quel giorno, Zazie e tutta Parigi dovranno fare i conti con lo sciopero del metró…

È difficile raccontare Zazie nel metró, perché questo romanzo è indefinibile. Dialoghi continui come in una pièce teatrale, personaggi che possono essere una cosa, ma anche un’altra, incontri e scontri continui, fughe e ritrovamenti, una ragazzina che pare aver già conosciuto la vita

“-Oh, sa, – disse Zazie – mica tutte le donne fanno delle domande come me.
-Tutte le donne, ma guarda un po’ che roba. Tutte le donne. Ma se sei una mocciosa.
-Oh, prego, sono sviluppata.
-Via, via, meno sconcezze.
-Non c’è nulla di sconcio. È la vita.”

Una ragazzina che però pare volerla indagare quella vita, pare voler sostituire la delusione di un metró in sciopero, con la richiesta di risposte alle sue domande

“-E te, zio Gabriel, se ti dicessi delle cose che non capisci, delle cose che non sono adatte alla tua età, tu che cosa faresti?
-Prova un po’, – disse Gabriel, timoroso.
-Esempio, – continuò Zazie, spietata – Se ti chiedessi se sei un ormosessuale o no, mi capiresti? Sarebbe adatto alla tua età?”

Una ragazzina, Zazie, che non sai se amare o odiare, se perdonarle ogni suo atteggiamento arrogante, ogni sua essere così scurrile e inarrestabile, o se trovarla adorabile proprio per questo

“Gli uni erano del parere di gettare la fanciulla nella Senna, gli altri di imballarla in un plèd e di lasciarla al deposito bagagli in una stazione qualsiasi dopo averla riempita d’ovatta per renderla afonica.  Se nessuno avesse voluto sacrificare coperte, una valigia, comprimendo a dovere, avrebbe potuto esser sufficiente”

Come, probabilmente, succede a chiunque la incontri e debba avere a che fare con i suoi atteggiamenti.

E poi ci sono i giochi di parole, ci sono i treni che arrivano alle sei e sessanta, le parole inventate, la gente piedipiattica, i modi di dire tutti attaccati come si trattasse più di un detto che di uno scritto, le parolacce di Zazie.

È quasi un gioco questo romanzo e lascia la sensazione che Queneau si sia divertito un sacco a scriverlo.

E c’è una Parigi che a me ha fatto tornare ai tempi in cui mi sono letta uno dietro l’altro tutti i  Mallaussène, e perdonatemi se questa è una sensazione sbagliata dettata solo dal fatto che quei libri me li regalò (almeno un secolo fa) quel ragazzo che avevo, lo stesso che considerava Zazie il suo romanzo del cuore, tanto da aver utilizzato quel nome in diversi account. Lo stesso che mi ha tenuta lontana da questo romanzo per parecchi anni, dato che mi ricordava troppo lui. E ci siamo voluti bene io e lui, ma anche fatti tanto male, ma questa è un’altra storia. E anche passata…

“Trouscaillon e la vedova Mouaque avevano già fatto un bel po’ di strada lentamente, l’uno accanto all’altra, ma sempre dritto davanti a sé e per di più in silenzio, quando s’accorsero di star camminando l’uno accanto all’altra lentamente ma sempre dritto e davanti a sé e per di più in silenzio.”