Viviane Élisabeth Fauville

Julia Deck – Adelphi – traduzione Lorenza Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco

“Non ne sei del tutto certa, ma hai l’impressione di aver fatto, quattro o cinque ore fa, qualcosa che non avresti dovuto fare. Cerchi di rammentare la concatenazione dei tuoi atti, di ricostruirne la sequenza, ma ogni volta che riesci a isolarne uno, questo, invece di far riemergere automaticamente il ricordo del successivo, ripiomba subito nel buco nero in cui si è trasformata la tua memoria.”

Viviane la conosciamo in questo modo (questa citazione è tratta dalla prima pagina del romanzo); la voce narrante ce la introduce mentre, al centro di una stanza disadorna, sta cullando una bambina. Ed è una voce narrante che si rivolge direttamente a lei, a Viviane (ma non sarà sempre così), una voce narrante che ci fa capire che Viviane ha forse fatto qualcosa di sbagliato, ma qualcosa che non ricorda più.

Ma poi, piano piano, la memoria ritorna

“Ti chiami Viviane Elisabeth Fauville, in Hermant. Hai quarantadue anni e il 23 agosto hai dato alla luce la tua prima figlia, che molto probabilmente rimarrà anche l’unica. Sei la responsabile della comunicazione della Bétons Biron, un’azienda con un alto fatturato che ha sede in un edificio di otto piani in rue de Ponthieu, a due passi da Champ-Elysées.”

Piano piano Viviane inizia a ricordare, e noi sapremo che, da poco, è stata abbandonata dal marito

“Viviane ti lascio non c’è altra soluzione, tanto lo sai che ti tradisco, e non lo faccio nemmeno per amore ma per disperazione.”

E, soprattutto, sapremo che il giorno prima ha accoltellato e ucciso il suo psicoanalista.

Non vi sto svelando nulla, questo è solo l’inizio di un thriller psicologico che, attraversando le strade di Parigi, ci guiderà nella mente di Viviane.

“… anche per loro è invisibile, come per tutti gli altri, lo psicoanalista, la polizia, e via dicendo”

Ma, ovviamente, di più non posso raccontarvi.

Un romanzo breve, poco più di cento pagine, e un romanzo che colpisce per la scrittura, anzi per lo stile di narrazione. Julia Deck sembra guidarci in un labirinto, in un mondo oscuro, dove la stessa Parigi è irriconoscibile nel suo essere “dark”.

Uno stile che alterna la seconda alla terza persona singolare, per poi passare in prima, quasi a voler rendere ancora più instabile la mente di una Viviane che ha sempre la sua bambina appesa al collo, e alterna il suo essere insicura e persa al suo essere decisa e quasi lucida nelle sue mosse


“Avevi un marito, un lavoro, una bambina, tante cose da fare che ti tenevano impegnata dalla mattina alla sera. Ogni istante della tua esistenza era governato dalla necessità, del resto era così per tutte le donne, per le hostess e per il direttore generale della Bétons Biron, per tua madre e per la bambinaia. Mai e poi mai avresti potuto immaginare che in quei meccanismi perfettamente oliati c’era qualcosa che non andava, eri una donna normalissima fino a quando non sei stata costretta a trasformarti in chissà cosa…”


A rendere ancora più intrigante la narrazione, tanto che tu, lettore, rimarrai appeso lì, fino all’ultima pagina.