Via delle botteghe oscure

Patrick Modiano – Bompiani – traduzione G. Buzzi

“Caro Guy Roland, a partire da questo momento smetta di guardarsi alle spalle, pensi al presente e all’avvenire. Le offro di lavorare con me…”
Se mi aveva preso in simpatia, era perché anche lui – lo appresi in seguito – aveva perso le proprie tracce: tutta una parte della sua vita di colpo era sprofondata, senza il minimo filo conduttore, il minimo aggancio con il passato. Che cosa c’era in comune fra il vecchio dall’aria sfinita che vedevo allontanarsi nella notte con il suo cappotto frusto e la gonfia cartella nera, e il giocatore di tennis d’altri tempi, il bello e biondo barone baltico Costantino von Hutte?


Leggendo Modiano, a volte, si ha l’impressione di essere rimasti in un libro già letto e, ovviamente, da lui scritto. La nebbia che avvolge le strade e la memoria dei personaggi anche, quei personaggi maschili che hanno una punta di anonimato, che paiono sempre disposti a sfumare in quella nebbia, a perdersi. Le donne no, le donne di Modiano, anche se non lo sono, per me restano delle femme fatale, attrici a colori in un film in bianco e nero. Ma, ovviamente, questo è il mio modo di sentire Modiano. Un Modiano che amo e amerò sempre e proprio per quanto sopra. Per la sensazione di dissolvenza…

“Una ragazzina rientra dalla spiaggia, nel crepuscolo, con sua madre. Piange senza un motivo serio, perché avrebbe voluto continuare a giocare. Si allontana, ha già svoltato l’angolo della strada, e le nostre vite non sono forse così rapide a dissolversi nella sera come quel dispiacere infantile?”

C’è sempre qualcosa da indagare nei romanzi di Modiano, un passato spesso, un tassello che manca nella storia del protagonista o di una delle comparse. C’è sempre una ricerca tra le vie di Parigi (quasi sempre) di quella Parigi che spesso compare osservata dal tavolino di un caffè. C’è sempre tanto pensare e tanto chiedersi.
In Via delle Botteghe Oscure un uomo vittima di un’amnesia, un uomo al quale anni fa è stato regalato un nuovo nome e una nuova identità, un uomo che è rimasto senza lavoro (lavorava in un’agenzia investigativa) decide di far luce sul suo passato, di andare a cercarsi insomma.

Inizia così un vagabondare da persona a persona, da dettaglio a dettaglio, da collegamento in collegamento, in una sorta di “caccia al tesoro” che, un poco guidata anche dal caso o dalla fortuna, lo porterà ad aprire delle finestre, a ricordare dei tasselli. A ritrovare qualcosa che, forse, aveva solo voluto dimenticare.


“Fino a questo momento, tutto mi è parso molto caotico, spezzettato… Brandelli, briciole di qualcosa mi affioravano d’improvviso, alla memoria, procedendo nelle ricerche…
Ma dopotutto, una vita può essere questo…”

Modiano in tutto questo è geniale. Nel farci vedere che, in fondo, anche le nostre vite sono questo: momenti persi nell’oblio del tempo che, un giorno, riaffiorano per un incontro fortuito, per un profumo, per una parola. E Modiano è un genio nel dirci che siamo tutti un poco destinati a sparire, dai ricordi degli altri e forse anche dai nostri stessi ricordi. Che siamo tutti di passaggio, forse…

“Hutte mi citava l’esempio di un tale che chiamava “l’uomo da spiaggia”. Costui aveva passato quarant’anni della sua vita sulle spiagge o ai bordi delle piscine a conversare amabilmente con villeggianti e ricchi sfaccendati. Negli angoli e sugli sfondi di migliaia di fotografi di vacanze, lo si vede in costume da bagno fra gente allegra, ma nessuno potrebbe dirne il nome o il motivo per cui è lì. E nessuno si accorse di quando smise di comparire nelle fotografie. Non osavo dirlo a Hutte, ma credevo di essere io  “l’uomo da spiaggia”. Hutte d’altronde non si sarebbe meravigliato: secondo lui, lo siamo tutti, e la sabbia – cito le sue parole – “serba solo per qualche secondo le impronte dei nostri piedi”

E, ovviamente, vi ripeto ancora una volta: leggete Modiano!