Una Yurta sull’Appennino

Marco Scolastici – Einaudi

“Come sono arrivato a questo? Come mi sono cacciato in questa situazione? Io? Il bambino timido con i capelli biondo albino in fila per due in un istituto di suore cappellone; il ragazzino impacciato nella terza fila di una classe di scuola media; l’adolescente che abbassava gli occhi di fronte alle ragazze percorrendo il corridoio di un liceo di Tarquinia; la matricola con un principio di barba rossa che si iscrive al primo anno della facoltà di Economia perché «quando non sai cosa fare, tanto vale fare Economia!»

Cosa mi ha portato su questo altopiano tra pecore, asini e cani? Cosa mi ha spinto a costruire, investire e progettare in un luogo che non era più casa per nessuno da almeno mezzo secolo? A restare qui dopo il terremoto quando tutti hanno detto «andiamocene, il gioco non vale la candela»”

Questa è una storia vera, una storia che non conoscevo, una storia di resistenza (come recita il sottotitolo di Una yurta sull’Appennino):  la storia di Marco Scolastici, una storia che credo possa insegnare molto anche a chi una yurta sull’Appennino non pensa manco lontanamente di poterla abitare. Una storia che ci parla della possibilità dei sogni forse, del coraggio di non arrendersi davanti a un segnale negativo, ma anche che ci dice che ognuno di noi ha un posto che lo attende, un posto al quale è destinato. Che ci dice che quando riconosciamo il nostro luogo, quel luogo dobbiamo provare ad abitarlo a ogni costo, senza ascoltare le voci che ci dicono di mollare (che siano di un nostro simile o della natura tutta).

“Invece rimango. Non una scelta o una filosofia, solo una sequenza di mattine tutte uguali in cui mi alzo, seguo il lavoro, cerco di rimettere in sesto quello che le scosse hanno sgangherato, e poi è sera e c’è solo il bisogno di dormire, per ricominciare l’indomani. Tutto qui.”

Marco da bambino faceva un gioco con sua sorella Roberta, i dieci anelli, un gioco che ricorda il Bersaglio della Settimana Enigmistica, un passatempo, ma anche un modo per vedere le cose da un’altra prospettiva, un gioco fatto di parole

“«Siediti giochiamo ai dieci anelli».
Era il tuo modo per dire di non preoccuparmi, che a tutto c’è rimedio, basta ragionarci su, fare il punto su dove sei e come ci sei arrivato. E per riuscirci è sufficiente compiere un giro e ritornare nello stesso punto da un’altra direzione.”

Ed è proprio questo il modo in cui Scolastici ci racconta la sua storia, partendo da una parola “neve” per poi a quella parola fare ritorno, e sceglie Roberta come destinataria, come se a lei sola stesse scrivendo.

Quella di Scolastici è una storia in divenire, il racconto di chi sta ancora resistendo a uno stile di vita lontano dalla folla, dalla città, dalla comodità; il racconto di chi non si è arreso nemmeno davanti al terremoto, ma ha solo spostato la sua vita dalla casa alla yurta. Perché Marco crede in ciò che fa, al suo territorio, alla sua idea di agricoltura biologica e filiera corta. Ed è riuscito a creare una sorta di modernità in questo suo nuovo approccio.

“… quando mio padre e il nonno ripresero in mano questa parte di azienda a Macereto, per alcuni anni della mia infanzia, applicarono i metodi di conduzione antichi, chiudendo «casa e chiesa» a fine stagione estiva per trasferire oltre duemila pecore, cani cavalli e galline a Tarquinia.
Due o tre giorni di delirio, cinque tir carichi di animali e attrezzatura: uno spettacolo molto simile a quello di un grande circo che muove verso una nuova città.
Adesso non è più così. Io e le mie ottocento pecore restiamo a Macereto estate e inverno.”

Elena quando mi ha consegnato il trentaduesimo #librovagabondo mi ha raccontato di essere stata a trovare Scolastici, di aver passato del tempo lassù, e che Macereto è diventato una meta conosciuta e frequentata, anche grazie a Paolo Rumiz che là è arrivato e che poi ha raccontato quella resistenza.

Questa storia mi ha fatta piangere, lo confesso, lacrime vere che non mi aspettavo, ma mi ha fatto pensare che, in fondo, non abbiamo bisogno di molto per vivere serenamente, magari basta proprio una piccola casa da qualche parte, qualche animale e qualche amico: alcuni dal vivo, alcuni a distanza, qualcuno che, parafrasando le parole di Scolastici, c’è anche quando potrebbe non esserci.

Una Yurta sull’Appennino è il trentaduesimo Libro Vagabondo, la proposta de La vita Nova di Tarquinia (VT)