Marina Vujčić – Bottega Errante – traduzione Estera Miočić
“A cosa serviva la schiena senza nessuno che potesse toccarla? A cosa servivano le braccia, le gambe, senza poterle intrecciare con qualcuno? A cosa serviva qualsiasi pensiero se non c’era nessuno con cui scambiarlo?”
È un annuncio che fa incontrare Veronika (la Signora Vinter) e Florijan (il Signor Bauer), un annuncio strano, un annuncio al quale non molte persone avrebbero risposto, ma Veronika sì. Veronika ha bisogno dei soldi e Veronika si sofferma solo sugli annunci che muovono qualcosa in lei.
“A un dato momento della loro vita sia per la signora Vinter che per il signor Bauer tutto si era predisposto per rendere possibile il loro incontro.”
È solo una questione di anatomia (o di pelle) dirà il Florijan Bauer, che cerca solo qualcuno che gli accarezzi la schiena come faceva Amalija la moglie che ha perso dieci anni fa. Nessuna parola, nessuna emozione, del resto
“… da quando sapeva di esistere, era parsimonioso con le emozioni. […] La sua filosofia in merito a questa questione delicata era che i sentimenti erano soggetti a continuo mutamento e che non aveva senso soffermarsi su di essi.”
Veronika ha bisogno di soldi, Veronika lotta ogni giorno con la paura che le stacchino le utenze, ma Veronika ha anche bisogno di essere vista, ascoltata. Veronika è, come Florjian una persona che ha scelto la solitudine, che ha deciso che la solitudine è la scelta migliore, è la scelta che crea indipendenza, che allontana dal bisogno
“Veronika aveva da tempo rotto con l’amore, di cui le era rimasto solo il timore che potesse succedere.”
Ma, incontrandosi, entrambi si accorgeranno che le cose possono essere diverse. Entrambi si accorgeranno di non poter più vivere la vita di prima.
Marina Vojĉić ci racconta, quasi come farebbe il regista di un film (francese mi viene da aggiungere), due vite parallele, due vite molto diverse, due vite che un giorno si incontrano, per poco, senza veramente conoscerci, ma incontrandosi cambieranno il loro modo di vivere, di sentire, di essere.
Vojĉić ci dice che anche gli incontri che sembrano sbagliati possono portare qualcosa di buono, e ci dice soprattutto che la vita può cambiare in un attimo e che, forse, tutto sta nell’accettare e nell’accogliere quel cambiamento. Rischiando anche di uscire dai soliti binari, dalle abitudine che fanno da scudo o da scusa.
“Qualunque cosa le fosse capitata sulla strada verso il nuovo, non avrebbe di sicuro ostacolato se stessa con dei pensieri deprimenti”
È bello Una questione di pelle ed è un romanzo che consiglio a chi, come me, sente che deve cambiare pelle, ma anche a chi ha perso la speranza nel dopo, nel domani. A chi ha un talento e non osa assecondarlo. A chi crede di aver perso la chiave del cassetto dei sogni. A chi non ha ancora capito che c’è una parte del corpo che non riuscirà mai a lavare perfettamente da solo o da sola…
“Perché se fossimo stati pensati come esseri solitari avremmo avuto le braccia lunghe due metri, con le quali avremmo potuto senza problemi raggiungere e accarezzare ogni centimetro del nostro corpo e abbracciarci ogniqualvolta ne avessimo avuto bisogno.”

