Dominique Barbéris – Clichy – traduzione di Paolo Bellomo e Luca Bondioli
“Le foto di quei tempi mi hanno sempre fatto pensare ai biscottini al burro Lefèvre-Utile. Sarà per via della loro forma o perché siamo originari di Nantes? Entrambe le cose, probabilmente. Oppure perché la nonna era abituata a conservare le foto di famiglia in una vecchia scatola di biscotti LU assortiti, una scatola antica sul cui coperchio è rappresentata una specie di sirena Art déco con i capelli rossi circondata da ghirlande di fiori.”
Inizia con una fotografia o, forse, con una canzone, con un disco. Inizia con un ricordo o, forse, con più di uno, con quei dettagli che restano dei ricordi. Che restano dei ricordi che ci vengono raccontati.
Una maniera d’amare è la storia di una donna, Medeleine, zia della voce narrante. Una donna che in una foto vediamo da dietro, mentre cammina tenendo per mano la “ piccola Sophie”, sua figlia. Una donna che vediamo indossare una gonna a paracadute
“Mia zia è inquadrata da una certa distanza; ha ventisette o ventotto anni. Porta uno di quegli abiti chiari, estivi, di moda negli anni Cinquanta: uno stampato floreale di cui non si distingue il motivo, una gonna larga e plissettata «a paracadute», con l’orlo alla caviglia. Credo che il nome «paracadute» fosse un retaggio della recente guerra. La moda si appropria di tutto, anche del peggio.”
Perché in questo romanzo anche gli abiti hanno la loro importanza
“Puoi dimenticarti tre quarti della tua vita, ma ti ricordi di un vestitino, del tessuto, del colore.”
Siamo negli anni Cinquanta, quando Madeleine sposerà colui che rimarrà suo marito per tutta la vita, Guy. Subito dopo partiranno per il Camerun, ai tempi colonia francese
“A quei tempi, a Douala vivevano quasi cinquemila europei. Senza contare i dipendenti pubblici sparsi sul territori, i militari, i piantatori di banane, di alberi del cacao e della gomme, e i Padri Bianchi delle missioni.”
Pochi anni dopo, il Camerun inizierà la lotta per l’indipendenza (la otterrà nel 1960) e la comunità francese inizierà ad andarsene, a ritornare in patria. E sono quegli gli anni che ci racconta Dominique Barbéris, raccontandoci la storia di una donna silenziosa e riservata, poco propensa a socializzare.
Una donna che sta sempre in disparte, ma che una sera, a una festa, viene invitata a ballare da un affascinante diplomatico. Sarà questo l’inizio di una relazione fatta di incontri e passeggiate, di segreti che poi forse segreti non sono.
“Le si teneva di fianco, nell’ombra, a pochi centimetri; lei vedeva la brace rossa della sua sigaretta, il movimento delle sue dita quando scuoteva la cenere, e lui probabilmente indovinava il profilo di lei, le braccia pallide e passive che stringeva maldestramente contro il corpo. La bambina era accovacciata ai loro piedi e, come sempre, cercava di colpire una pozzanghera con le mani.”
Una maniera d’amare è, forse, una storia come tante: una donna, un amore, i ricordi di famiglia. Ma ciò che davvero fa di questo romanzo qualcosa di magnifico è la scrittura, lo stile che Barbéris sceglie per raccontarci questa storia. La cura di ogni dettaglio, la delicatezza con il quale ci si sofferma sopra: la pioggia che fa appiccicare i capelli al viso, quel vestito stampato con piccole violette. Le canzoni fischiettate e cantate, i silenzi
«Camminavamo in silenzio», mi ha detto Sophie. «Mamma non è mai stata di molte parole. Quelle camminate in silenzio a costeggiare il mare sono uno dei ricordi che ho. Forse il silenzio è una maniera d’amare – un frase che ho detto, o sentito. Non so più»
Tra provincia francese e Camerun la storia di una donna che forse avrebbe voluto un futuro diverso o forse no, perché in fondo di lei possiamo solo immaginare i pensieri, quello che la voce narrante fa per noi, aprendo una sorta di scatola dei ricordi
“Ma quelle erano «le colonie» e mi pare che ci fosse come una discrepanza del tempo, che avrebbero potuto ballare il minuetto, la quadriglia dei lancieri o il valzer viennese in quelle feste, quei balli perduti che tento di ricostruire – ed è un po’ come se passassi con l’immaginazione lungo il muro che fu della Delegazione di Douala cercando di sorprendere i rumori, io, viva, dal lato buono del tempo e della Storia e loro, tutti quei ballerini, passati dall’altro lato del tempo.
Mia zia Medeleine passata dall’altro lato del tempo.”
Foto, lettere, dettagli raccontati a una riunione di famiglia

