Una gioia feroce

Sorj Chalandon – Keller editore – traduzione Silvia Turato

 

“Non ho preso la metro. Ho camminato. La mattina ero un’allegra ragazza di trentanove anni. Il pomeriggio una donna gravemente malata. Sei ore per passare dalla spensieratezza al terrore. Non riuscivo a guardare gli altri. Temevo capissero che non facevo più parte di loro. Il tempo si era rovesciato. Il Natale impestava tutto. Le vetrine, le strade, le facce. Sono entrata in una cartoleria. Mi serviva un quaderno, un grosso quaderno ad anelli per annotare tutto ciò che mi avrebbero detto. Capire cosa sarei diventata. L’ho scelto con la copertina azzurra. L’azzurro del cielo, luminoso e gioioso. Il mio primo atto di resistenza”

Jeanne lavora in una libreria, ha un marito, una vita tranquilla. Jeanne sta sempre un passo indietro, non si espone, è timida o riservata, è docile, è gentile. Jeanne un giorno scopre di essere malata e in un momento la sua vita cambia, il suo sguardo sul mondo cambia, tutto cambia. Perché come spesso ci diciamo quando incappiamo in un lutto o in una malattia, nostra o dei nostri cari

«Che cosa importa, Brigitte? Guardami in faccia e dimmelo. Cosa importa?»

la scala dei valori cambia.

E così Jeanne prende un quaderno è inizia scrivere i suoi pensieri, inizia a dare un nome alla sua malattia

“Che nome dargli? Ho pensato alla camelia. Un bocciolo rosso sangue. Un fiore di dicembre, il mese più lontano dal sole. Ecco. La mia camelia. Il mio inverno. E anche le mie brume, i miei corvi sulla pianura, le mie piogge infinite, le mie braccia cariche di crisantemi per soffocare i morti.
Sono entrata nella nebbia come si parte alla guerra, sognando di essere aprile.”

Jeanne crede di dover affrontare tutto da sola, quando il marito non sopporta di vederla senza capelli, ma così non sarà: durante la terapia conosce Brigitte e, dopo Brigitte Assia, e poi anche Melody, donne che hanno in comune il fatto di aver fallito o perso come madri, donne che decidono di evadere dalla malattia facendo qualcosa di grandioso, salvare “la bambina più bella del mondo”

Per settimane mi ero chiesta cosa fare di tutto quell’incognito. Quella rabbia, quella volontà, quell’energia. Come appropriarsi di quella forza nuova? Maltrattare una megera dentro una ferramenta, zittire una comare, sputare su un bancario, insultare un maiale in metro, affondare le chiavi di Matt, erano solo gesti. E nemmeno all’altezza della tregua che la vita mi offriva. Quello che sognavo io, era un gesto. Distruggere Jeanne Scusa. La ragazza per bene, l’allieva modello, la sposa affettuosa che dagli altri accettava tutto, dall’indifferenza al disprezzo.”

Chalandon ci racconta una storia al femminile e in questo riesce in modo grandioso, perché credo non sia semplice raccontare il punto di vista di una donna davanti a un male che toglie un pezzo di femminilità (forse non lo sarebbe nemmeno per una donna che, per sua fortuna, da lì non è passata). Ci racconta una storia che tu lettore vorresti mollare subito, perché davanti alla malattia preferisci sempre girare la testa dall’altra parte, ma che io ti consiglio di non lasciare, perché una storia che affronta un tema doloroso come questo, nelle mani di Chalandon riesce a stupirti e a diventare azione. Vera azione (lo si capisce un poco già dal prologo).
.
Una storia che commuove, che a tratti fa anche sorridere, che saprà sorprenderti. Una storia di sorellanza, ma soprattutto di resistenza. Una storia che ci ricorda che la vita è questa, che la vita ci presenta degli imprevisti, ma che (a volte) inaspettatamente ci presenta anche un’immagine diversa di noi stessi

“Il cancro mi aveva resa frettolosa, viva, anche ruvida. La mia priorità era arrivare al mattino seguente. Non mi scusavo più. Non salutavo i lampioni. Non abbassavo più gli occhi davanti allo sguardo canino di un uomo. Camminavo per strada con il turbante, ma a testa alta. Il mio corpo era stremato ma io divoravo la vita. Per la prima volta dalla mia infanzia e dalla morte dei miei genitori, ho ricominciato a fischiettare sul marciapiede.”

E Jeanne Scusa riuscirà forse a diventare Jeanne e basta, una Jeanne capace anche di abbandonare il grigio e indossare un abito a fiorellini. Una Jeanne che nessuno riuscirà più a “mettere in un angolo”