Una famiglia americana

Joyce Carolo Oates – Il Saggiatore – traduzione Vittorio Cartoni

“Che cos’è una famiglia, dopo tutto, se non ricordi? Casuali e preziosi come il contenuto del cassetto che in cucina serve da ripostiglio generico (a casa nostra si chiamava «cassetto della robaccia», per buone ragioni)”


Che cos’è, appunto, una famiglia? Questa è la domanda che mi sono fatta appena terminata la lettura di Una famiglia americana. Un luogo idilliaco dove tutti si vogliono bene (stile famiglia Bradford) e dove ognuno protegge e proteggerà l’altro? Il rifugio per antonomasia. Un luogo dove potersi riparare quando fuori tutto è bufera? Oppure no: la famiglia è un luogo imposto, la famiglia non può farcela sempre.
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I Mulvaney sono un po’ la famiglia Bradford, o almeno lo sono all’inizio del romanzo: un padre e una madre molto innamorati, tre figli maschi (il bel Mike, l’intelligente Patrick, il piccolo Judd) e, l’amata da tutti, Marienne.


“Perché i Mulvaney erano una famiglia nella quale tutto ciò che accadeva era prezioso e tutto ciò che era prezioso era immagazzinato nel ricordo e tutti avevano una storia.
Per questo molti di voi ci invidiavano, credo. Prima degli eventi del 1976, quando tutto per noi andò in pezzi e non venne mai più ricomposto nello stesso identico modo.”


Ma poi il giorno di San Valentino del 1976 succede quella cosa, succede proprio a Marienne e da quel momento il destino della famiglia Mulvaney cambierà


“Quale ossessione era diventata per il povero Michael quella cosa.
Quanto pesò quella cosa sulle vite di tutti loro nell’inverno e nella primavera del 1976.”


La famiglia si sgretola, si allontana, si divide. La storia della famiglia Mulvaney, diventa la storia dei singoli componenti della famiglia Mulvaney, delle strade che prendono o sono costretti a prendere
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Le vicende ci vengono raccontate da Judd, e lo fa alternando la prima persona (quando è presente ai fatti) alla terza (quando diventa narratore onnisciente e, come dichiara già dalla prima pagina, ci dice ciò che a lui hanno raccontato o che immagina essere successo)“Si dice che in una famiglia il figlio minore non ricordi molto bene se stesso perché ha imparato ad affidarsi ai ricordi di altri che sono più anziani e quindi hanno autorità. Se i suoi ricordi entrano in conflitto con i loro, vengono scartati. Ciò che ritiene la sua memoria è in realtà un ammasso di ricordi altrui, testimonianze incrociate di cose successe prima che lui nascesse, mischiate a cose accadute dopo la sua nascita, lui compreso. Quindi, non so che cosa so non era un commento borioso. Era la pura verità.

Oates ci racconta (e lo fa molto bene, del resto lei è sempre molto brava nel raccontare il lato oscuro) come una famiglia (perfetta) americana possa crollare a causa di un evento traumatico, orrendo. Come un singolo evento, per quanto devastante, possa amplificare le fragilità e le ipocrisie di una famiglia così perfetta all’apparenza. E quello che ci racconta Oates non è certo un crollo da poco…

Una famiglia americana è una storia dolorosa e ingiusta. Una storia nera, appunto. Quello che, a mio parere, un poco stride è il finale, ma forse solo perché io ne avrei auspicato uno diverso (ma qua non posso dirvi di più)

«È stata solo una cosa che è successa». Judd disse: «Le famiglie sono così, a volte. Qualcosa va per il verso sbagliato e nessuno sa come rimediare e gli anni passano e… nessuno sa come rimediare.»

La narrazione di Oates è ricca di particolari, a mio avviso troppo ricca, si perde (in modo del tutto volontario), divaga, prende strade troppo lunghe per arrivare al dunque. Io mi sono ritrovata (oltre ad avere la tentazione di saltare dei pezzi) a chiedermi se davvero tutte quelle pagine fossero necessarie, se davvero tutto ciò che ci stava raccontando e descrivendo avessero un fine allo sviluppo della storia.

Ma forse è solo il piacere di scrivere e di leggere delle pagine scritte bene, forse è semplicemente lo stile Oates, ma io, devo confessartelo, avrei preferito qualche pagina in meno, perdonami Joyce Carol Oates.