Carla Cerati – Cantoni
“Fabrizio è mio marito. Ma non dormiamo più nello stesso letto, né facciamo più all’amore assieme né altre cose come ridere tenendoci per mano mentre si attraversa correndo una strada o una piazza; e non lo facciamo non perché non siamo più abbastanza giovani per farlo: non lo facciamo perché non desideriamo più farlo assieme o forse io non desidero più farlo con lui mentre lui ancora vorrebbe farlo con me; oppure perché troppe cose non abbiamo mai fatto assieme e mentre io ancora amavo rubare frutta dagli alberi, lui non trovava serio farlo e mi rimproverava.”
L’amore tra Silvia e Fabrizio nasce quando ancora sono poco più che ragazzi. È il 1943 e loro sono ancora studenti o, almeno, Fabrizio lo è, Silvia è una donna di quegli anni e quindi
«Mio padre sostiene che una donna non ha bisogno di studiare per diventare una perfetta padrona di casa. Che il mio destino è di essere una buona moglie e una buona madre; che devo vivere preparandomi al matrimonio e solo al matrimonio…»
Sarà Fabrizio a farla sentire intelligente e a trasmetterle la voglia di studiare, di sapere, di essere qualcosa di diverso da una donna che pensa solo al ricamo e ai rammendi.
Poi arriva la cartolina rosa, Fabrizio viene chiamato ad arruolarsi tra le file fasciste e Fabrizio non vuole e così verrà fatto di tutto perché ciò non avvenga. Ma sarà proprio questo episodio a farci vedere l’egoismo e la debolezza di Fabrizio, succube di una madre troppo presente e protettiva; e a vederlo sarà, sicuramente, anche Silvia, ma siamo in Italia, siamo in quegli anni in cui la donna pensa sia giusto obbedire, esserci, sopportare anche.
Silvia vorrà sposarsi, vorrà avere figli, vorrà quella famiglia che per lei rappresenta una sorta di emancipazione dalla famiglia di origine. Silvia metterà da parte il suo sogno di iscriversi all’Accademia di Brera e lo farà decidendo di farlo: perché così è giusto che sia, perché c’è il marito di cui occuparsi, ci sono i figli
“Ripensai alle tante volte in cui avevo sentito in me risentimento, ribellione, rancore, e sempre mi ero detta: una buona moglie deve sopportare in silenzio. Così mi avevano insegnato, così avevo letto su ogni libro, avevo imparato dagli innumerevoli racconti di moglie trascurate, tradite, avvilite, che ritrovano la serenità grazie al loro dolce, tenace silenzio.”
E come ricompensa avrà un marito poco presente, sempre in viaggio per lavoro, un marito che non sarà mai complice, né amico. Mai compagno di avventure o di condivisioni, un marito che, in fondo, nemmeno l’aiuterà nella crescita dei figli
“Inseguendo un’unione tipicamente borghese, inadatta sia a me che a Fabrizio, mi ero ridotta una specie di vedova senza averne che gli svantaggi: la solitudine e le responsabilità verso i figli, poiché per nessuna decisione che li riguardassero potevo contare sull’appoggio di Fabrizio. E però restavo vincolata al mio ruolo di moglie, sospesa.”
Un marito al quale continuerà a perdonare tutto.
Tanto che Silvia, a un certo punto, penserà che forse il matrimonio perfetto è quello nel quale entrambi i coniugi possono sentirsi liberi di fare e di essere.
“… avevo capito ormai che amarsi è proprio saper rinunciare a un egoistico possesso a favore della libertà dell’altro.”
E così si sentirà libera di vivere una vita sua, una vita fatta di desideri da rincorrere, lontana dalla prigionia domestica, ma fatta di incontri, di amicizie, di passeggiate tra le strade di Milano e, in estate, sulle le spiagge della Riviera. Sempre senza Fabrizio, lontano, impegnato in altro. Con l’amica o il corteggiatore di turno, inseguendo quell’amore che pensa le spetti di diritto
“La mia colpa esisteva, ma era precedente: quella di essermi guardata attorno, di aver fatto posto a un amore diverso.
Avevo pagato e stavo pagando, ma in quel momento ero in pace: stavo tra le braccia di un uomo che non era mio marito e finalmente mi sentivo nel giusto.”
Carla Cerati con una scrittura da grande romanzo degli anni Sessanta, ci racconta un matrimonio borghese, ma ci racconta soprattutto Silvia, una donna che traballa tra l’essere vittima e il non volerci stare
«Il mio male avrei preferito farmelo da sola. Dal padre in poi c’è sempre un uomo che vuole decidere, per noi…»
Una donna che sbaglia e inciampa. Una donna che chiede solo di essere vista e apprezzata e che cerca per tutto il romanzo il modo (o il coraggio) di spezzare quelle sbarre dietro le quali si è rinchiusa. Una donna che, forse prematuramente sui tempi, capirà qual è la sua strada.
Un matrimonio perfetto in questa nuova e splendida versione sarà in libreria dal 3 settembre, grazie alla scelta di Cantoni editore di ripubblicarlo.

