Jill Dawson – Carbonio editore – traduzione Matteo Curtoni
“La sera in cui accadde, il giovedì in cui Mandy scese nella cucina di quel seminterrato, io ero a Belgravia. Stavo lavando i piatti e una bolla di detersivo scoppiò su un lungo cucchiaio di legno. Lo guardai, e ricordo di essere rimasta vicino alla finestra a fissare il grande ciliegio curvo che Lady Jane aveva nel suo giardino di Londra, ed era già così buio che non riuscivo a distinguere davvero l’albero, solo i suoi contorni. Le nove e un quarto. Invece ciò che vidi, e non so perché ma le vidi davvero, furono le scarpette blu scuro di Mandy, proprio come se fossero lì davanti a me…”
Avrebbe potuto essere un thriller Un inutile delitto, avrebbe potuto esserlo se non conoscessimo da subito il drammatico epilogo della vicenda. La triste fine della sua protagonista: Mandy.
Jill Dawson parte da un fatto realmente accaduto, siamo nel 1974 a Londra, siamo in piena rivoluzione sessuale, nel momento in cui le donne alzano la testa e pensano a quell’emancipazione per la quale stiamo ancora lottando oggi: Mandy arriva dalla provincia, da una vita fatta di povertà e disillusioni, di amori falliti e di un rapporto burrascoso con una madre, e approda a Londra per fare la tata in una ricca famiglia. Si dovrà occupare dei due figli di Lady Morven, una donna depressa che sta chiudendo in modo burrascoso il matrimonio con il marito, un conte.
Avrebbe potuto essere un thriller questo romanzo dato che l’autrice da subito ci fa assaporare l’angoscia di una situazione ambigua: un marito che fa sorvegliare la casa dell’ex moglie, le rivelazioni di violenza che Lady Morven confessa a Mandy, un bastone avvolto in un cerotto, telefonate senza risposta, tanti piccoli altri dettagli. Ma noi sappiamo già come andrà a finire questa storia, sappiamo già che Mandy morirà in modo violento e che morirà al posto di Lady Morven, scambiata per lei dal marito. Sappiamo già che questa storia finirà con un femminicidio.
Jill Dawson ha dichiarato di aver voluto dare giustizia a Mandy (nella realtà Sandra), quella giustizia che non è mai riuscita a ottenere nel mondo reale, perché la sua storia si è persa dietro o dentro la storia più interessante di un conte che ha ammazzato una tata per poi sparire nel nulla. Dawson sceglie di raccontare la storia di Mandy, di far affezionare il lettore a quella ragazza un po’ ingenua, ma forse solo buona, generosa, incapace di concepire il male. Innamorata e, forse, per la prima volta dell’uomo giusto.
Ne esce un romanzo che parla di differenze sociali, di sogni infranti e di amore anche. Ma soprattutto di violenza e di donne che non hanno il diritto di parlare, di essere libere, di essere quello che vogliono essere. Un romanzo che ti fa sperare fino alla fine che non succeda ciò che sappiamo succederà e che, nell’ultima parte, ti fa stringere cuore e stomaco, e pensare, ancora una volta, che saranno anche passati cinquant’anni, ma siamo ancora qua a urlare per lo stesso motivo.
“preferiscono un’altra storia. La storia in cui la donna è troppo sexy o troppo pazza o ha un amante. Apprezzano persino le storie in cui la donna è l’assassina, e non si rendono conto di quanto questo sia raro. Amano le storie in cui lei è la bugiarda, la cattiva madre, l’egoista, la squilibrata. In ogni caso è sempre colpa sua. Se fosse stata più onesta, più dolce, più gentile, più fedele, più forte, più sana, o Dio sa che altro, sarebbe stata in grado di fermare la terribile violenza di lui.”
Concludo solo con una nota di demerito sulla scelta del titolo. Perché cambiare quel “The language of birds” del titolo originale così adatto a questo romanzo? (chi lo leggerà capirà anche perché). Perché scegliere un titolo adatto a un romanzo giallo, quando questo romanzo un giallo non è?
E perché il mio correttore automatico continua a segnalarmi come errore la parola “femminicidio”?

