Uccelli vivi

Samanta Schweblin – Sur – traduzione Maria Nicola

“David Lynch ha dichiarato qualcosa come: «Tutto quello che deve dire l’arte, continuamente e senza mai fermarsi, è una cosa sola: il mondo è un posto strano»”


Così scrive Samanta Schweblin nella pagine che ci introducono a questa sua raccolta di racconti, pagine che conclude dandoci un benvenuto in questo suo strano mondo


“Prima di questi racconti, non sapevo che ciò che mi interessava era lo spazio del perturbante, dell’impensabile che improvvisamente accade, della realtà che diventa strana. L’ho scoperto scrivendo, e spero che qualcosa dell’energia e della curiosità che ancora mi assalgono dopo questa rivelazione si trasmetta al lettore attraverso queste pagine. Per il momento, benvenuti”


Parto dalla prefazione perché credo che sia stata proprio quella a trascinarmi all’interno di questi racconti (oltre alla fantastica copertina ovviamente, che forse è venuta un attimo prima); racconti con i quali Schweblin (imparerò mai questo nome?) ci disturba, ci provoca, ci assesta qualche pugno qua e là.


“Ritorna in camera con un valigia. Resistente, rivestita di cuoio marrone, poggia su quattro ruote e presenta con eleganza la maniglia all’altezza delle ginocchia. Benavides non si pente delle sue azioni. È convinto che le pugnalate a sua moglie siano state giuste, ma sa che pochi ne comprenderebbero le ragioni.”
(La pesante valigia di Benavides)


E sono racconti che spaziano dal (semplicemente) strano, all’assurdo, al fantastico. Racconti che a tratti mi hanno ricordato episodi di quei “Ai confini della realtà” che guardavo da bambina e altre quel Carver al quale sono sempre bastati pochi dettagli per raccontare un tutto (come quel Irman, racconto che apre la raccolta)
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Certo, come mi capita spesso (forse sempre) leggendo le raccolte di racconti, non tutti mi hanno convinta, ma quelli che lo hanno fatto, lo hanno fatto a pieni voti e continuano a “perseguitarmi”, a tornarmi in mente. Sono storie che vorrei poter raccontare a tutti (giuro!)

In uno di questi due padri attendono le figlie all’uscita da scuola, nel mentre ognuno parla ed elogia la sua. Poi

“Una farfalla si posa sul braccio di Calderon, che si affretta a catturarla. La farfalla lotta per sfuggirgli, lui unisce le ali e le tiene per le punte. Stringe forte perché non scappi. Aspetta che la veda, dice a Gorriti scuotendola, le piacerà moltissimo. Ma stringe così forte che le punte delle ali si impastano. Sposta le dita un po’ più giù e vede che l’ha guastata. La farfalla cerca di liberarsi, si agita e una delle ali si lacera nel mezzo come un foglio di carta.”
(Farfalle)


e cosa succede poi di certo non ve lo dico, ma vi posso dire che si tratta di un racconto lungo poco più di due pagine, e non ne servono di più.

Nell’altro (il mio preferito in assoluto) una donna, una neo sposa, ancora con l’abito bianco, viene abbandonata dal marito


“Quando si affaccia sulla strada, Felicidad comprende il suo destino. Lui non l’ha aspettata, e, come se il passato fosse tangibile, le sembra di vedere all’orizzonte il debole riflesso rossastro dei fanalini di coda dell’auto. Nel buio piatto della campagna non ci son che disillusioni, un vestito da sposa, e una toilette dove lei non avrebbe dovuto attardarsi tanto.”
(Donne disperate)


ma ben presto si accorge di non essere l’unica. Un racconto che, a un certo punto, assume sfumature horror, e non aggiungo altro…
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E poi c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta, dove gli “uccelli vivi” diventano il cibo di un’adolescente e quello dove un branco di cani trova un modo per vendicarsi delle bastonate prese. Insomma una cosa è certa: Schweblin non ci va mai leggera, quindi i delicati di stomaco o coloro che cercano una lettura lieve è meglio che cambino direzione
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Per quanto mi riguarda, invece, Schweblin mi ha proprio convinta e so già che il mio rapporto con questa sua scrittura essenziale, diretta, tagliente, non finirà qui.