Ginevra Lamberti – Marsilio editore
“Nella comunità ci sono dei rituali incisi nelle vite delle persone, così come sui piatti decorativi che troneggiano in ogni sala da pranzo sono incise le allegorie delle quattro stagioni. In primavera si va per i campi a cercare erbe buone da mangiare sia crude che cotte, in estate si falcia. In autunno si vendemmia, si va a raccogliere funghi e ciclamini, e i tinelli sono invasi da un dolcissimo odore di sottobosco umido e cimitero in fiore. In inverno si sta dentro casa a caricare la stufa di legna e aspettare che passi, a tratti incoraggiati da una ventata di Calycanthus, albero inspiegabilmente alimentato dal freddo, che profuma di gelsomino e vaniglia con un sentore d’agrumi. A un certo punto si potano rami secchi, roseti, e già è tempo di uscire per raccogliere bucaneve. In questo periodo è ancora necessario infilarsi nel letto con la calzamaglia di lana, abbracciando un mattone bollente, scaldato nel forno della cucina economica per darsi conforto. Il giorno in cui i bucaneve prendono a stagliasi nei prati assieme a distese di Crocus viola si ha la ragionevole certezza di avercela fatta anche stavolta.”
Ginevra Lamberti parte dalla sua vita, dal suo passato, da quello della sua famiglia, per raccontarci una storia che fa incontrare l’accaduto (forse) con la fiction; ma, in fondo, la storia di tre generazioni e di una valle anche, dove non si riesce mai a vedere tutto il tragitto del sole, perché intervengono le montagne a interromperlo, a nasconderne l’inizio, una valle dove si resta per sempre o si prova continuamente a scappare.
“Costanza pensa a come si fa presto a cambiare sfondo alle cose, basta non fermarsi.”
E sceglie di raccontarci questa storia utilizzando un coro di voci che parlano in terza persona, racconti mischiati a lettere, riti che paiono arrivare da un passato ancora più antico, memoir che abbraccia la fiction e, soprattutto, sceglie di utilizzare il tempo non in modo lineare. Ginevra Lamberti pare essersi seduta a gambe incrociate al centro di una stanza, davanti una scatola a pescare vecchie fotografie, per poi chiudere gli occhi e raccontarci gli episodi che quelle fotografie sprigionano, pescando dalla sua memoria, da un’antica narrazione orale o dalla sua fantasia. Ed è, a mio avviso, questo il punto di forza del romanzo di Lamberti, questa ricostruzione a frammenti che non permette al lettore di distrarsi, ma che lo rende complice nella ricostruzione. Questa struttura non banale, più una scrittura bella, veramente bella.
Ne esce un romanzo corale, dove la voce delle donne è quella che si sente più forte; gli uomini ci sono certo, ma sono oggetto più che soggetto, osservati più che osservatori
“Finché il padre e il marito sono stati in vita ha sempre portato in testa il fazzoletto nero delle contadine, e una volta morti ha dismesso il lutto e mostrato al mondo, cioè alla valle, la sua natura di donna intimamente allegra.”
Ma dove la vera protagonista, la voce più forte, è quella di Costanza “la rossa”, una donna irrequieta che pare voler cercare sempre un altrove più ampio, dove vedere il sole nascere e tramontare, forse, dove poter respirare la sua libertà, certo. Una donna che pare soffocare in tutti i luoghi chiusi: dalle montagne che circondano la valle e la casa gialla, alle regole di costrizione della comunità di recupero dove finirà per seguire il suo grande amore, Claudio.
È bello il romanzo di Lamberti, è bello nel suo farci viaggiare in un’Italia che (almeno la mia generazione, per vissuto o per sentito dire) in parte conosce già, nel farci rivivere alcuni momenti, alcuni modi di essere, nel farci vedere gli sguardi diversi delle generazioni (Lamberti spazia dagli anni Quaranta agli anni Duemila). Cosa è cambiato e cosa resta sempre uguale: come quell’amore che diventa per Costanza il luogo dove tornare sempre, il luogo che non riesce ad abbandonare, nonostante le bugie, gli andirivieni dalla dipendenza, le promesse di esserne uscito. E nonostante, a me lettrice, guardando quell’amore, verrebbe da dire, che sia ancora più claustrofobico di quella valle da dove Costanza cerca sempre una via di fuga.
E a restare sempre uguale è anche l’amicizia con Livia (ma non solo con lei, in fondo nel romanzo si percepisce una specie di sorellanza) che è a sua volta un luogo di ritorno, una certezza
“Non sto bene, ma non sto neanche male, perché penso alla promessa che ci siamo fatte a Bagnacavallo, di prendere l’Orient Express, di arrivare in Anatolia e sparire per sempre. Non consumo e non compro niente, così ho calcolato che gli stipendi dei gelati dovrebbero bastare a pagare i biglietti per entrambe.”
La compagna di tante avventure, la sua Thelma (o Louise)
“… finalmente l’aveva vista e finalmente potevano far finta di scappare insieme.”

