Javier Marías – Einaudi – traduzione Maria Nicola
“Ma chi li ricorda gli inizi di qualcosa, quando è passato tanto tempo? In una storia d’amore prolungata, che importa chi ha fatto il primo passo o il primo sforzo, chi si è dato da fare per costruirla e chi dei due ha notato l’altro, per non dire chi ha dato il via al corteggiamento inoculando nell’altro l’idea amorosa o la visione sessuale, facendo in modo che l’altro lo vedesse sotto una luce mai immaginata fino ad allora? Il tempo sopprime il tempo, e il tempo che viene cancella quello che gli lascia il posto e se ne va; l’oggi non si somma a ciò che avvenuto ieri ma lo soppianta e lo mette in fuga, e in questa ruota senza memoria sfuma la differenza tra il prima e il dopo, tutto diviene magma indistinguibile e uno non concepisce più l’esistenza che sarebbe stata possibile ma non si è realizzata, quella che fu scartata e messa da parte, quella che non venne coltivata, o che fu tentata e non riuscì.”
Ho un timore reverenziale davanti alla scrittura e alla narrazione di Marías, sento sempre che mi trovo davanti a tanta roba e Tomás Nevinson, a mio avviso, tanta roba è. E lo è da quell’incipit, dove Tomás, quel Tomás che avevamo conosciuto nel romanzo precedente attraverso le attese di Berta, la moglie, ci svela subito che gli è stato ordinato di uccidere una donna. Quell’incipit che cattura all’istante. Ma non credete di trovarvi all’inizio di un romanzo di azione, di un thriller mozzafiato, di una storia fatta di colpi di scena e assassini nascosti dietro alla tenda; no, questo è un romanzo di attesa (come il precedente) di raccolta di immagini, di lunghe riflessioni costellate da citazioni colte, da ritorni del passato e da ripetizioni che paiono essere quasi ossessivi. È un romanzo che impiega pagine e pagine per raccontare il dialogo dal quale partirà la nuova missione di Nevinson, è un romanzo che trasmette a te lettore la sensazione di essere a quella finestra (sul cortile?) a controllare la vita degli altri, delle tre donne su cui Nevinson dovrà indagare, ma anche di chi a loro ruotano intorno e, in fondo, la vita di una cittadina di provincia tutta.
“Nei primi giorni e nelle prime notti che trascorse in città, quando ancora non conosceva quasi nessuno e il freddo invitava a rifugiarsi in casa, tendeva spesso ad alzare gli occhi e a non abbassarli per molto tempo, intrattenuto dalla visione dei passanti, o forse assorto, affascinato dalla loro varietà e omogeneità, le due cose insieme. […] osservava l’andirivieni della gente diretta alle sue faccende con curiosità e un po’ d’invidia.”
E nella nuova cittadina, quella della missione, quella di provincia, Nevinson diventa Centurión e Marías inizia un gioco tra prima e terza persona, tra fuori e dentro il suo protagonista. Un fuori e dentro dalla sua identità, quasi a voler estraniare Nevinson dalla missione di Centurión, nel tentativo forse di volergli preservare quell’etica, quell’educazione che comanda di non toccare una donna nemmeno con un fiore.
“uno finisce per confondersi quando non riesce a essere pienamente due persone, e una delle due finisce espulsa o messa tra parentesi. Finché non torna”
Ci racconta la fedeltà a una missione che si scontra contro l’etica di quella missione. Ci racconta la lealtà, Marías, e fino a dove quella lealtà può portare, ci racconta di quanto diventa difficile se non impossibile abbandonare l’idea che ci si è fatti della propria vita, abbandonare la strada che abbiamo intrapreso, per quanto torbida per quanto dolorosa possa essere, perché dal momento in cui la si abbandona la si potrà veramente vedere, ci si potrà rendere conto di quanto sbagliata sia stata, di quanto inutile sia. E ci parla di terrorismo, facendo entrare nella sua storia, la Storia drammatica recente, quella della sua Spagna e quella dell’Irlanda. E si chiede (e ci chiede) se sia giusto il sacrifico di una vita, rispetto alla possibilità di un male più grande (o più vasto, forse).
Ma la scrittura di Marías è molto più di quanto sto dicendo. Questo è un libro che ti travolge con tanti dettagli, tante parole, tutti così necessari, anche quelli ripetuti, anzi sono proprio quelli a farti entrare nella testa di Nevinson/Centurión. E a farti amare Marías.
Non è una lettura semplice quella di questo romanzo, del resto non credo che la scrittura di Marías lo sia mai stata: non è una lettura da fare nella distrazione di un parco o di una spiaggia. È una lettura da divano, da poltrona. Una scrittura da gustare in ogni frammento, in ogni parola, in ogni splendida citazione.
«Uno dei grandi problemi della vita è che non possiamo provar nessuna emozione pura. C’è sempre nel nostro nemico qualcosa che ci piace, nel nostro amato bene qualcosa che non ci piace. È questo groviglio di stati d’animo a invecchiarci, a corrugarci la fronte e ad approfondire i solchi intorno ai nostri occhi» questo scrisse un irlandese molto più di un secolo fa, il poeta Yeats. E aggiunse qualcosa che suona più o meno così: «Non conosciamo mai l’odio senza freni né l’amore incontaminato, e continuiamo a estenuarci con i “sì” e con i “no”, e ci ritroviamo cin i piedi impigliati nella triste rete dei “chissà” e dei “forse”

