Terre piatte

Noreen Masud – Add editore – traduzione Sara Reggeni

“Mi sono resa conto che i paesaggi piatti avevano sempre dato senso a un mondo che per me non ne aveva. Le mie sorelle e io siamo cresciute guardando la vita dalle finestre del soggiorno che, per ogni evenienza, erano state provviste prima di sbarre e poi di una rete metallica. Mia madre era inglese e disorientata: mio padre era pachistano e sapeva – così mi disse – come funzionavano le cose e qual era la posta in gioco. Lui stabiliva le regole e a mia madre non passava nemmeno per la testa che si potessero infrangere.”


Terre piatte è un memoir, Noreen Masud ci racconta dettagli della sua storia: bambina e ragazzina in Pakistan, dove vive reclusa con le sorelle e la madre, per poi essere ripudiata per un fatto banale dal padre e partire per l’Inghilterra,


“Quello che è successo il giorno in cui mio padre mi ha ripudiato diventa il punto focale in questa storia dove non succede nulla. Lo dico spesso e la gente lo accetta di buon grado. Ma il cuore della questione non è un evento. L’evento in sé non spiega nulla, ciò che conta sono i quindici anni che lo hanno preceduto, nei quali non c’è nulla che possa trasformarsi in una storia.”


ritrovandosi alla ricerca di un suo modo di vivere, di radicarsi, forse, di capirsi,  provando a farlo attraverso i paesaggi piatti che incontra, che cerca: raccontandoci, attraverso loro, se stessa e il suo disturbo post-traumatico complesso,


“I paesaggi pianeggianti danno particolare conforto a chi non prova sentimenti che vengono definiti intensi, In un mondo in cui l’esibizione esagerata delle emozioni è la norma, sui social media come sul posto di lavoro, la silenziosa presenza di un paesaggio piatto – che rifiuta di elevarsi a qualcosa – mi autorizza a non provare niente, a non nutrire sentimenti né desideri.”


la sua difficoltà nel rapportarsi agli altri, nel farsi toccare, avvicinare. Il suo desiderio di solitudine e di isolamento (quell’isolamento che non ha potuto avere da bambina, stipata in casa con le altre donne della famiglia), portato all’estremo nel momento in cui una pandemia invade il mondo e chiunque intorno a lei si trova a vivere la segregazione, il non poter frequentare amici e parenti.

“Per quanto incredibile, ero adatta alla circostanza in cui mi trovavo. Crescere dietro una rete metallica in una casa infelice mi aveva insegnato ad affrontare gli eventi peggiori. Questo era il peggiore, o una sua versione, e io ero del tutto rilassata. La nuova normalità era la mia normalità.”


A realizzare che una parte del mondo “vede” come qualcosa di normale che una donna, possa vivere un vita da reclusa in un’altra parte del mondo (quando di fatto così non è perché quella di Noreen Masud non è una situazione che vivono tutte le donne in Pakistan), mentre la stessa situazione non è più normale quando a essere colpito è proprio l’Occidente, sono i bianchi


“È stato con la pandemia che ho capito che si trattava di un duplice stereotipo razzista. Quando il COVID-19 ha sbattuto il mondo contro un muro, ho iniziato a percepire la gravità della mia esperienza, perché tutti intorno a me si lamentavano – con tono disperato, esigente e aggressivo – del lockdown. È disumano tenerci dentro, dicevano. È disumano non avere alcun contatto umano.”


Terre piatte è un libro che, attraverso un’esperienza personale, ci parla di post colonialismo, di un Pakistan fatto di ferite e di incoerenze, di identità personale e della consapevolezza che non saremo mai in grado di capire noi stessi, figuriamoci gli altri. Noreen Masud ci racconta con sincerità i suoi paesaggi interiori, quello che è stato un suo percorso e lo fa attraverso quei paesaggi esteriori ai quali dichiara il suo amore. Quelle terre piatte dove riesce a rispecchiarsi, forse proprio perché non sono in grado di nascondere nulla. Possono solo mettersi a nudo


“Le terre piatte ci chiedono di tollerare di non sapere. Non sapere cosa c’è sotto la superficie, se qualcosa c’è. Questo connubio di totale esposizione e totale ermeticità di paesaggio piatto ci chiede di accettare che esistano cose che non capiremo mai.”


Noreen Masud sceglie di dedicare il suo libro agli amici, perché anche di amicizia questo libro parla. Di quell’amicizia capace di capire l’altro, di non invaderlo, di accettarne spigoli e mancanze. E anche il desiderio di silenzio e solitudine.