Elisa Levi – Sur – traduzione Marta Rota Nuñez
“Il bosco l’ha creato la natura per farci paura, perché la gente non si dimentichi della morte, della scomparsa, del buio, perché quando entri lì dentro non vedi più il sole e tutto è in penombra e non c’è muschio o bussola o orientamento o memoria che tengano, il bosco ti inghiotte come i conigli quando hanno fame.”
Elisa ha diciannove anni e vive in un piccolo paese,
“solo quattro vie, un alimentari, una chiesa e poco altro”
In paese i ragazzi sono solo quattro,
“Javier, Catalina, Marco e io, e siamo così soli che la vita la viviamo quasi sempre insieme. A dire la verità, anche Nora, mia sorella, è giovane, ma no, lei no, lei non conta.”
Nora non conta perché è nata con la testa vuota (direbbe Lea). Nora è sua sorella maggiore, e di lei Lea si prende cura quando i genitori sono troppo stanchi per farlo. Perché prendersi cura di Nora è impegnativo e per farlo bisogna armarsi di tanto amore.
Lea, anzi Lea piccola, dato che porta lo stesso nome della madre, vorrebbe attraversare il bosco e andarsene, ma sa di non poterlo fare, sa che è l’amore per le sue donne a trattenerla (per sua madre e per Nora), e soprattutto sa che chi attraversa il bosco non ritornerà più
“Io credo che le persone scomparse nel bosco non muoiano, credo che arrivino dall’altra parte, che si lascino alle spalle il tedio della campagna, dei paesi minuscoli. Che trovino quello che cercavano e rinuncino alla vita di prima. Ma in effetti, signore, anche questo è morire.”
Lea piccola la incontriamo il primo giorno dell’anno davanti a quel bosco che tanto l’attrae, è seduta e fuma una canna mentre nel suo stomaco sente quel fuoco che l’avverte che una decisione da prendere c’è; accanto a lei un uomo, uno sconosciuto che nel bosco ha perso il cane.
“E io non lo so, non so se è solo il mio mondo a essersi ucciso quest’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, o se il mondo è finito solo qui, in questo paesino minuscolo. Ma facendo il punto della situazione oggi, primo gennaio di questo nuovo anno, posso affermare che, in effetti, il mondo è finito ieri. Lasci che le racconti.”
E a quello sconosciuto, Lea inizia a raccontare la sua storia,una storia che si interseca con i pochi abitanti del paese, che incontra la magia di padri che tornano trasformati in capra e madri in puledro, che parla di lei che non è capace di piangere perché i dispiaceri preferisce tenerseli dentro così non scappano. Che parla della casa della nonna che ora attende l’arrivo di quella coppia di sconosciuti che l’ha acquistata e di un paese che gli sconosciuti non è capace di accettarli
“La gente non lo sa, ma i paesini piccoli puzzano di merda di mucca e di animali morti accatastati e di paura e di rancori e di noia e di dolori e di odio trasmessi di generazione in generazione. E chi arriva da altre parti si innamora di una strana idea di quel che significa davvero sopportare il vuoto della campagna, il trascorrere lento delle ore.”
Ma Lea racconta anche di molto altro, racconta il suo amore, il suo desiderio, l’abitudine di una vita fatta di ciò che un paese offre, la disillusione e il dolore della perdita, di quelle amicizie quasi obbligate, come gli amori del resto. Perché quello c’è, perché quelle sono le sole persone che si conoscono
“Nascere in questo posto ci ha resi complici, non so bene di cosa, signore, complici della nostra stessa esistenza, immagino.”
Parla di ciò che c’è oltre il bosco e che, in fondo, Lea non conosce. Perché Lea molte cose non le sa, ma quelle che sa le racconta tutte a quell’uomo e a noi lettori che rimaniamo stregati dalla voce che la spagnola Elisa Levi ha scelto per la sua protagonista. Rimaniamo affascinati dalla sua scrittura travolgente e genuina, capace di trasportarti là, davanti a quel bosco, tra quelle quattro strade, accanto a quella Lea alla quale non si può che voler bene. Rimaniamo ammaliati da una narrazione sincera e senza filtri, come solo una confessione a uno sconosciuto può essere.
Come ho già avuto modo di dire, non posso che ripetere che anche io, come Lea piccola, molte cose non le so, ma so che questo è uno di quei libri che mi ha smosso dentro e mi ha lasciato addosso un grande senso di amore e di gratitudine.
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Nota di merito alla splendida traduzione di Marta Rota Nuñez, che ha saputo rendere così bene la voce di Lea.

