Storia di Anna Drei

Milena Milani – Cliquot

«In questo periodo non sono innamorata» disse a un tratto.
«Nemmeno io» risposi.
«Potrei esserlo, però» seguitò come parlando per suo conto «ma ho deciso di finirla».
«Finirla con che cosa?»
«Con la vita, perbacco» esclamò Anna Drei.


Storia di Anna Drei ci viene raccontata attraverso due voci: quella della voce narrante, una donna senza nome, che conoscerà Anna (o L’Anna come la chiamerà spesso lei) davanti a un cinema e rimarrà subito attratta dal suo modo di fare, dal suo essere diretta e sincera ma anche ambigua nel suo rivelare verità che potrebbero essere non del tutto vere.
 


«Non c’è niente di vero.»
«M’è infatti sembrato che fossero delle storie.» Anna si mise a ridere. «Vorrei sapere» disse «cosa si intende per verità. Io mi sento vera nella mie storie».
 


E, la seconda voce, quella di Anna, che ci arriva attraverso un racconto da lei scritto e che la nostra voce narrante si ritrova a leggere. Un manoscritto che racconta la storia (vera? Inventata?) del passato di Anna, di ciò che è successo in quel passato, di quell’episodio che l’ha portata a essere quello che oggi è. Una donna fredda, forse, una donna che non teme la morte e che, pur non avendo il coraggio di porre fine alla sua vita, a quella morte aspira.

 
“… altre città conobbi più tardi, invecchiando me stessa, e sempre l’Altra ebbe il sopravvento, poiché la vera Anna era morta.
L’Altra aspetta di morire.”
 


Un manoscritto dove Anna si presenta in duplice veste: Anna e l’Altra Anna, quella che è diventata dopo quell’episodio che l’ha segnata. Un’Anna disillusa, triste e solitaria.
 


“… la mia meravigliosa potenza è questo senso di solitudine che mi circonda, il restarmene isolata a colloquio con il mio cuore. Ho in me tutto quello che posso desiderare, non debbo volgermi al di fuori. Sono completa in me sessa; troppe volte mi illusi e chiesi agli uomini quello che credevo mi mancasse. Invece essi non mi davano niente, ero io che davo qualcosa.”
 


Ma in questa storia c’è anche un uomo: Mario, l’uomo che vive insieme alla nostra voce narrante, l’uomo che lei abbandona per andare a vivere con Anna. Mario, un uomo violento. Mario che un ruolo fondamentale avrà

 

“Sentii il gesto di Mario nel buio, sentii che Anna acconsentiva a quel gesto”

Storia di Anna Drei non è la storia di un’amicizia, le due protagoniste non possano definirsi amiche; sono donne che provano un’attrazione l’una verso l’altra, dettata dal desiderio di trovare un rifugio, forse, di trovare un luogo dove abbandonare la propria solitudine. Tra di loro non c’è parità di ruoli, è sempre Anna che dirige, che racconta che chiede e che, in fondo, prende.

Milani ci fa entrare nella vita di tre persone che, ognuna a suo modo, si è persa in una società che li ha dimenticati.

“La società arrivava quando era finito tutto e voleva dire la sua.”

Tre persone che paiono trascinarsi nella vita, accettarla più che affrontarla; Mario è spesso abbandonato nel letto o le due donne paiono attendere lo scorrere del tempo


«Io mi chiedo» disse «perché dobbiamo compiere determinate azioni. Ora per esempio siamo qui affacciate, guardiamo la pioggia, e non ci importa niente di essere qui e di guardare la pioggia».


E sono due donne libere, che vivono da sole (non dimentichiamo che il romanzo è datato ’47) e non sembrano essere interessate alla ricerca dell’amore


Era in vestaglia, si era dipinta la bocca.
«È di prammatica» disse «così nessuno mi bacia»


La scrittura di Milani sa essere scarna e diretta nel raccontarci il rapporto tra i suoi protagonisti, ma riesce a essere evocativa, quando prende la distanza e si appoggia su Roma o sull’esterno tutto, e a raggiungere una forma stilistica più articolata negli scritti di Anna.


“Era bello: anche più tardi, nel tempo, ritrovai sensazioni di allora, di quel pomeriggio, l’essere sola tra milioni di invisibili esseri, sentire dentro il mio corpo una forza differente da tutte, qualcosa di preciso e gaudioso, e l’orrore di unghie d’uomo che cercano”


E forse proprio in questo sta la bellezza dell’opera di Milani, in quella sua scrittura capace di farci sentire e accogliere la malinconia o la disperazione delle sue protagoniste


“Quei lontani ricordi mi commuovevano, camminavo e pensavo, un pallido lumicino di speranza mi si accendeva dentro, aggrapparmi per riavere la forza.
Era triste la vita (piena di solitudine)”