Jane Campbell – Atlandite edizioni – traduzione Federica Bigotti
“Le vecchie barriere dietro alle quali poteva rifugiarsi un tempo, con umorismo, con eleganza, anche, sicuramente, a volte, con un certo coraggio, be’ crollano tutte con il passare degli anni. Proprio come correre al piano di sopra diventa un’arte perduta e saltellare giù diventa impossibile, così si perde la capacità di dimenticare. C’è l’accanimento dei ricordi. Così tanti ricordi.”
(Il graffio)
È bello pensare che Jane Campbell abbia esordito a ottantadue anni, è bello pensare che lo abbia fatto con questa raccolta di racconti che vedono protagoniste tredici donne, non più giovani, anzi decisamente in là con gli anni. Fa pensare che una possibilità ci sia sempre, non tanto di scrivere o di esordire, ma proprio di vivere e non di sopravvivere come spesso si intende il passare dei giorni delle persone anziane.
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Jane Campbell dall’alto della sua età ha la sfrontatezza di essere cinica, diretta, di guardare le cose dall’interno, di farci vedere le cose come stanno, sussurrandoci che le sue donne, le sue protagoniste, hanno ancora il diritto, non solo di ricordare, ma anche di sperare, di illudersi, di innamorarsi e di desiderare.
“La gatta e io stiamo imparando il processo di espropriazione. Invecchiare è spesso descritto come un accumulo, di malattie, sofferenze, rughe, ma è in realtà un processo di espropriazione, di diritto, di rispetto, di desiderio, di tutte quelle cose che una volta possedevi e di cui godevi con tanta naturalezza”
(Spazzolare il gatto)
di sbagliare anche, ma soprattutto di voler essere viste.
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Sono racconti che pur trattando temi a volte dolorosi, a volte nostalgici, hanno il tocco lieve e, a tratti, anche ironico. Lo sguardo che solo un occhio anziano può concedere a quella vita nella quale si è già specchiato a lungo.
E così tra questi racconti possiamo trovare una donna che si innamora forse solo per fuggire dalla convivenza con una sorella odiosa finendo in una situazione decisamente peggiore, o una che torna sulle tracce di un vecchio amante conosciuto durante un soggiorno africano e che non ha mai dimenticato
«Cos’è che ti porta qui?», le aveva chiesto.
«Sono una giornalista. E tu perché sei qui?».
«Sono un allevatore di farfalle».
E poi aveva detto: «Hai un sorriso splendido».
(Lamia)
Una donna che capisce cos’è la solitudine solo dopo aver passato tutta la vita a credere che
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“una gioia condivisa è una gioia dimezzata e un problema condiviso è un problema raddoppiato”
(Sull’essere soli)
E forse solo perché da bambina le era stata predetta una morte in solitudine.
Chi non ricorda come si è fatta quei graffi che ogni giorno trova sul suo corpo e chi sente ancora fremere quel suo corpo.
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Tredici racconti tra l’Inghilterra e quell’Africa che l’autrice ha abitato, tredici donne, tredici modi di dirci che la vecchiaia ha bisogno di essere guardata, vista, forse anche accarezzata, perché come usa dire spesso mio padre, citando non so più chi, Invecchiare è l’unico modo per non morire giovani.
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E quindi, se siamo fortunati, invecchieremo…
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Aggiungo solo una nota di merito al racconto “Gentilezza”, cinico e prevedibile forse, ma perfetto in quella sua frase finale (che non vi dirò ovviamente), tre righe che riescono a renderlo memorabile. Almeno a me.

