Il ragazzo che frequentavo anni fa diceva che bisognerebbe evitare di fare sempre la stessa strada, che bisognerebbe trovare percorsi alternativi all’abitudine.
Diceva che è necessario farlo per tenere attiva la testa.
Anche per accorgersi della bellezza, rispondevo io.
Anche, mi concedeva lui, ma senza troppo convinzione.
Qualche giorno fa, passando davanti a quel castello che fa parte del mio percorso, ho ripensato a quelle parole e ho allungato la strada, cambiando prospettiva. Ho alzato gli occhi e guardato un cielo non proprio azzurro, ma quasi e ho attraversato un gruppo di turisti, le loro foto e la loro lingua non proprio così chiara. Ho pensato a quel detto che sostiene che Chi abbandona la strada vecchia non sa verso cosa va incontro, e a come, in quelle parole, sia sottinteso che non valga la pena di rischiare, di andare “a pericolare” come diceva mia nonna. Di non fare la Cappuccetto Rosso in un bosco che non si conosce, insomma.
Mi sono detta che, invece, il bello sta proprio lì, nel non sapere cosa si può incontrare sulla strada nuova, su quella che non si è mai esplorato o che è da parecchio che non si passeggia più:
magari sono sbocciati i fiori in un giardino o quella finestra sempre chiusa ha aperto le persiane e le tende ora stanno svolazzando nell’aria, forse c’è un dettaglio che devi assolutamente raccontare. Magari tutto è rimasto uguale, ma sei tu a essere cambiata e ad aver voglia di guardare il tutto in modo differente. Cambiare strada, spesso è il modo per accorgersi delle cose, per non darle per scontate e, soprattutto, per non accontentarsi del percorso più breve, più comodo, più conosciuto.
Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa cosa lascia ma non sa cosa trova, assomiglia molto al Si è sempre fatto così…
al rimanere fermi, al rifuggire il cambiamento. Alla pigrizia di rimanere sempre uguali a se stessi.

