Serge

Yasmina Reza – Adelphi – traduzione Daniela Salomoni

“Non so cos’abbia permesso a noi fratelli di conservare questa connivenza primigenia, non eravamo né simili né poi così uniti. I legami fraterni si sfilacciano, si disperdono, finiscono per non ridursi ad altro che a un sottile nastro di sentimenti o conformismo. So bene che Serge e Nana appartengono da tempo all’umanità matura come si presume che vi appartenga io stesso, ma è una percezione superficiale. Nel profondo io sono sempre quello di mezzo, Nana è sempre la Cocca di mamma e papà, la smorfiosetta, ma anche il vice nei nostri giochi di guerra, lo schiavo, il prigioniero giapponese, il traditore che viene pugnalato – in camera nostra non era mai una bambina ma un caporale o un martire -, mio fratello è sempre il Primogenito, il condottiero con il sottogola dell’elmetto penzoloni e un sorriso in grado di esorcizzare la morte, è lo spericolato, il Dana Andrew, io sono il gregario, il senza-personalità, quello che dice rosso quando il Primogenito dice rosso.”

Reza attraverso la storia dei “tre ragazzi Popper”, ci parla di dinamiche famigliari, di legami fraterni. E pare chiedersi, attraverso gli occhi di Jean, il fratello di mezzo e narratore della storia, quali sono i fili (o i nodi?) che tengono unite tre persone così diverse, tre persone che non hanno nulla in comune se non le origini, il provenire dalla stessa famiglia.

“Vedo noi tre, io mio fratello e mia sorella, su questa strada fiancheggiata da fumaioli e sassi morti e mi chiedo cos’è che ci ha fatti cadere fortuitamente nello stesso nido, per non dire nella vita stessa.”

E il nido in cui sono caduti è un nido ebraico,

“I nostri genitori se ne sono andati senza averci consegnato altro che frammenti, residui di biografie forse affabulate, e nemmeno si può dire che noi ci fossimo interessati alla loro saga. Chi ha voglia di andare a impegolarsi nella religione e nella morte? Non si dice abbastanza la leggerezza che procura l’assenza di eredita. Ma noi avevamo Israele!”

tanto che la parte centrale della storia, quella che darà sfogo a tutta le diversità dei tre, a tutto il non detto, a ogni recriminazione e consapevolezza, si svolge durante una gita sui luoghi dell’Olocausto: tra le recinzioni di Auschwitz, tra i binari e i vagoni abbandonati. Luoghi nei quali ognuno dei tre porta il proprio dramma personale, il proprio egoismo forse, non facendosi toccare dal dramma della memoria. Del resto l’Auschwitz che ci descrive l’autrice è un luogo turistico, un luogo dove le code sono interminabili, i percorsi sono indicati sui depliant e dove è necessario portare a casa la memoria di centinaia di foto.

“Non ho saputo comportarmi emotivamente in questi luoghi dai nomi cosmici, Auschwitz e Birkenau. Ho oscillato tra la freddezza e una ricerca di commozione che altro non è che un certificato buono di condotta. Allo stesso modo, mi dico, tutti questi ricordati, tutte queste furiose ingiunzioni di memoria non sono forse altrettanti sotterfugi per spianare l’evento e riporli in buona coscienza nella storia?”

Reza muove la sua critica velata di sarcasmo; i suoi dialoghi sono perfetti, i suoi  personaggi vengono gettati nella storia senza protezione, nudi, mostrati per quello che realmente sono, specialmente Serge, il primogenito colui che ogni lettore un poco detesterà, perché Serge è odioso, traditore, arrogante, convinto di poter sempre dire la sua dall’alto di un piedistallo che però sta iniziando a scricchiolare. Serge, che dà il titolo a un romanzo che avrebbe potuto intitolarsi i fratelli Popper, ma questo non avrebbe permesso  all’egocentrico e narcisista primogenito di rivendicare il suo essere al centro della storia fin da subito.

Fa sorridere e commuovere Reza: commuovere per i temi trattati, dalla malattia, alla morte, alla memoria, al tradimento e all’impossibilità, a volte, di comunicare nel modo giusto, la difficoltà di essere famiglia quando non si è più abbracciati dai genitori. Sorridere perché, in fondo, gli essere umani visti dal fuori sono sempre un poco comici, nel loro volerci provare, nel loro credere di essere il centro di tutto. E nel farci vedere questo Yasmina Reza è eccezionale.

Consigliato a chi ama la buona scrittura, a chi vuole leggere di famiglia senza scivolare nelle saghe famigliari e a chi aspetta ogni anno il nuovo film di Woody Allen.