Raffaella Mottana – Accento edizioni
“… raccoglie i capelli, disinfetta le mani, mette la mascherina e i calzari, disinfetta di nuovo le mani pulite. È da un po’ che manca, quindi mentre lo fa osserva il cartello che illustra i movimenti per il completo assorbimento del gel: mano su mano, dita tra dita, due volte, polpastrelli contro polpastrelli, mano chiusa su pollice destro, mano chiusa su pollice sinistro, polpastrelli che sfregano il palmo, due volte, palmo contro palmo, mano su mano.
Sono asciutte, fredde e sterili: è necessario evitare la contaminazione con l’ambiente esterno”
Può il dolore fisico far dimenticare il dolore di una perdita. Una mancanza che non siamo in grado di spiegarci, perché avvenuta troppo presto, una malattia che ha trasformato una madre in una “cosa” che fa fatica a respirare?
“Grazie padre misericordioso, che mi strangoli per la gola, grazie padre misericordioso per questa morte lenta, per questo soffocare”
Cecilia perde la madre in questo modo, Cecilia trova un suo modo per elaborare il lutto o per, appunto, cercare di non ascoltare quel dolore. Cecilia si accorge di provare piacere quando, durante il sesso, viene strangolata, quando viene replicato il modo in cui è morta la madre, forse: quel “senza respiro” che viene già annunciato nel titolo.
Inizia così ad addentrarsi nel mondo del BDSM, ad avere dei segreti, ad avere nuovi amici, un nuovo partner, una vita parallela fatta di strumenti, di giochi, di regole
«… Normale non significa niente, tu decidi cosa è normale per te, non gli altri. Hai scoperto che ti piacciono delle cose, hai trovato un partner con cui ti senti a tuo agio a esplorarle, mi sembra che tua sia felice: fregatene di cosa un ragazzino pensa di te e di cosa è normale o no»
Raffaella Mottana ci racconta una storia dove il dolore è il vero protagonista, una storia che parla di ferite che non si possono rimarginare, di ferite che con il tempo passano, di lividi e di tagli, ma anche di cicatrici, perché poi il modo per andare avanti bisogna trovarlo e anche le ferite trovano la loro crosta o il loro segno indelebile.
Raffaella Mottana sceglie di raccontarci questa storia con la distanza della terza persona che in questo caso diventa quasi uno sguardo dall’alto, quasi un esame attento di un evento, di qualcosa che sta succedendo. E sceglie una scrittura basica, a tratti asettica, disinfettata come quel gel che anticipa l’ingresso di Cecilia nella camera dell’ospedale della madre (ma la scena del lavaggio delle mani la troveremo più volte all’interno del romanzo, quasi a voler evidenziare un distacco, un rito che riporta Cecilia alla realtà), una scrittura che non fa nulla per farsi amico il lettore.
.
Cecilia non è empatica, a Cecilia non le importa di esserlo: lei ha il suo dolore, ha l’egoismo di chi sta soffrendo e se ti piace così bene, altrimenti amen… riesce a farsi voler bene un po’ di più verso la fine, quando nel far uscire la sua fragilità si dimostra anche una donna forte, una donna che sa dire no. Una donna che trova il suo modo di rinascere.
.
Il romanzo di Mottana, certo, non racconta nulla di nuovo, però ha il dono di ribadire ancora una volta che non esiste un modo normale di affrontare un lutto (ma forse anche la vita tutta), che ognuno ha il diritto di trovare il suo. Non punta mai il dito Mottana se non contro l’ingiustizia della vita e della morte e alla fine riesce anche (nonostante mi sia sentita proprio fuori target per questo romanzo, sicuramente più adatto a una lettrice più giovane di me) a farmi un po’ affezionare a Cecilia e a farmi chiedere: che fine farà dopo questa ragazza?
Senza Respiro è il cinquantaquattresimo Libro Vagabondo, il consiglio di Lato D di Milano

