Sangue cattivo

Beatrice Galluzzi – Effequ

“Come una persona che soffre di vertigini costretta a lanciarsi da un grattacielo o un claustrofobico sepolto vivo in un baule, ritrovo nella scritta NEFROLOGIA E DIALISI il modo subdolo che la punizione ha scelto per me”
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Anatomia di una punizione, recita il sottotitolo di Sangue Cattivo, e il romanzo inizia con queste parole:

“Sapevo che la punizione sarebbe arrivata”

Beatrice è felicemente fidanzata, sta pensando alle nozze, quando sente che il suo corpo si sta modificando, senza che lei possa farci nulla, mentre i medici le consigliano palliativi, non capendo la natura di quello che le sta succedendo; quando, alla fine, scopre di essere malata di una malattia rara, forse, incurabile. Ma, evidentemente, così non è dato che Beatrice Galluzzi scrive un memoir: il memoir della sua malattia.
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Beatrice affronta la situazione con il supporto di Aldo, il futuro marito, ma soprattutto di quello che è forse quel carattere che si è fatta dovendo vivere un’infanzia, se non difficile, complicata. Un’infanzia in punta di piedi per non disturbare un padre che cambia umore come il tempo, che alterna momenti sorridenti (rari) a momenti in cui pare avercela con il mondo intero.

“Non avevo scelto io di condividere la mia vita con un uomo così, un pazzo, non avevo scelto nemmeno che si ammalasse, eppure sentivo di averlo desiderato, per lungo tempo, di aver desiderato che gli succedesse qualcosa di terribile, che lo avrebbe privato della forza di opprimermi, e gliel’avrebbe fatta pagare.”

Un padre malato, bipolare, un padre che a un certo punto diventa un’urna che Beatrice sceglie di tenere con sé, trasformandola in oggetto scaramantico o forse solo in promemoria di quella punizione che sente di dover pagare, perché lei il sangue ce l’ha cattivo, perché lei, come quella bambina maldestra che è stata, prima o poi qualcosa combinerà. Perché lei è difettosa

“Non so scindere il giusto dallo sbagliato, scelgo il marcio, il deterioramento, scelgo le scorie; butto via le cose buone, spreco quello che rimane”
Come quella malattia che fa lavorare i suoi reni al contrario.

Beatrice Galluzzi affronta questo suo romanzo con un tono che riesce anche a scivolare nell’ironico, si dispera senza mai commiserarsi, non appare mai vittima pur essendo bersaglio di un “qualcosa” che sarebbe stato meglio non fosse capitato
«Magari non avevo bisogno anche di una malattia per apprezzare quello che avevo. Sai quello che avrei potuto fare, da sana? Sai che il mondo mi è passato avanti e io l’ho dovuto guardare da un letto?»
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Sangue cattivo è uno di quei romanzi che spinge a chiedermi se  si tratti dell’atto coraggioso di mettere in chiaro una parte di se stessi, il coraggio di guardarsi fino in fondo, senza veli, oppure l’atto egoistico di liberarsi di quella stessa parte gettandola su carta. Forse entrambi, forse niente di questo, che poi una storia è una storia, vera o inventata che sia: e, come Cercas fa dire a Bolano in Soldati di Salamina,
“Tutti i buoni racconti sono reali, almeno per chi li legge, ed è l’unica cosa che conti”

Sangue cattivo è il cinquantacinquesimo Libro Vagabondo , Il consiglio di La Campus di Bari