Salvare le ossa

Jesmyn Ward – NN editore – traduzione Monica Pareschi

“Sono inginocchiata sopra il lavabo. Il lavandino è di metallo duro, e dove si incassa nel mobiletto di plastica c’è un piccolo rialzo che si incide nelle mie ginocchia. Voglio controllare quanto sono ingrassata, per rendermi conto se si vede. È l’unico specchio della casa in cui posso guardarmi senza che gli altri mi vedano. Ce n’è uno grande con una cornice dorata appeso nel soggiorno,  ma non posso specchiarmi lì. Devo vedermi come mi vedono Skeetah, Randall, Junior, papà e soprattutto Manny, devo vedermi con gli occhi, non solo con le mani, le mani che durante il sonno tengono la pancia e che quando mi sveglio trovo sempre infilate sotto l’elastico dei pantaloncini.”

C’è un parto nelle prime pagine di Salvare le ossa, quello di China, la cagna da combattimento di Skeetah, uno dei fratelli di Esch, la protagonista e voce narrante del romanzo. Ma c’è anche un parto passato, un parto rivisto con il ricordo: l’ultimo parto della madre, il quarto. Quello che ha dato vita a Junior e la morte alla madre. E c’è un parto del futuro, forse; c’è Esch che sa di essere incinta.

E c’è anche un padre che attende l’uragano, che si prepara a proteggere come può la sua casa e la sua famiglia. Un padre concentrato solo su quell’uragano, sul far scorta di viveri e sul controllare alla radio il grado di intensità di quel disastro annunciato che prenderà il nome di Katrina. Un padre assente, che non ha superato la morte della moglie e soffoca il dolore nell’alcol, un padre che lascia liberi i quattro fratelli. Liberi di diventare forti, di essere una famiglia, nonostante la mancanza. Ancora più uniti proprio per questa mancanza: quella della madre, ma, in fondo, anche quella del padre. Ancora più uniti davanti alla responsabilità di esserci l’uno per l’altro, sempre.

Esch ha quindici anni e vive in un mondo quasi prettamente maschile: il padre, i fratelli, gli amici dei fratelli. Esch passa il tempo con loro, partecipa alle conversazioni, alle gare, alle nuotate senza vestiti e ai combattimenti. Si veste come un ragazzo e si comporta come tale, tranne quando si concede a quei ragazzi che frequentano la sua famiglia, e lo fa perché spesso è più facile dire sì che dire no. Con la naturalezza di chi non considera importante il proprio corpo, oppure lo considera come merce di scambio, un qualcosa da offrire. Nessuno le ha detto che non va bene, tutti sanno che lei lo fa. Ma ora lei di uno di quei ragazzi è innamorata, da uno di quei ragazzi aspetta un figlio. Da uno di quei ragazzi (e solo da quello) vuole essere toccata, vista. Guardata negli occhi.

In Salvare le ossa l’affetto, l’amore, passa attraverso il corpo, attraverso il guardarsi le ferite, il riconoscerle. Attraverso una carezza o la mancanza di questa

Quando eravamo piccoli e mamma doveva farci alzare per andare a scuola, per prima cosa ci toccava sulla schiena. E quando ci sentiva contrarre sotto le sue mani e capiva che ci stavamo muovendo, ci diceva sottovoce di svegliarci: era ora di andare a scuola. Quando è morta ha dovuto cominciare a svegliarci papà, e lui non ci toccava mai. Picchiava sul muro di fianco alla nostra porta, forte. Sveglia, gridava.”

Attraverso i corpi passa quel sesso così frettoloso e “necessario”, ma passa anche la lotta, come tutti quei segni che restano: graffi, cicatrici, sangue e pezzi di corpo che vengono dilaniati, smarriti.

E sul corpo passa la mano di Esch che ogni giorno sfiora la pancia per sentire, prima di vedere, il segreto crescere, gonfiarsi. Quel corpo che rischia di tradire Esch, facendola correre in bagno a vomitare o a svuotare quella vescica sempre più compressa. Quel corpo che ogni giorno di più rivela il suo segreto agli occhi degli altri.

Esch vive con rassegnazione ciò che le sta succedendo, lo vive come qualcosa che è successo e che ora fa parte di lei. Non ha donne con le quali confidarsi, non ha amiche, non ha una madre: l’unica presenza femminile è quella di Chica, che lei osserva. A lei chiederà

“È questo che significa essere madre?”

Quando Chica azzannerà uno dei suoi piccoli.

Ci sono scene violente nel romanzo di Jesmyn Ward, c’è molto sangue e crudezza di parole e atteggiamenti, c’è Katrina che arriva e distrugge

“Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera, e i greci avrebbero detto che era trainato dai draghi”

ma, a equilibrare il tutto, come su una bilancia, c’è la forza dei protagonisti, c’è il loro volersi bene e proteggersi, perché così si deve fare. C’è il non sentirsi soli, ma gruppo. Non c’è mai un’accusa per la gravidanza di Esch, c’è comprensione e quelle parole non dette (o forse anche da qualcuno poi pronunciate) che fanno capire che lei non sarà sola nell’affrontare la cosa. Che in qualche modo farà, faranno…

E poi c’è la mitologia. La storia di Medea e Giasone, il libro “sul comodino” di Esch, quello che lei sta leggendo e che utilizza per spiegarsi ciò che succede, per paragonare per capire forse, per darsi forza.

“Le lacrime mi colano come acqua sulla faccia, mi copro con la maglietta ma fa troppo caldo, e non riesco a smettere di piangere. Non riesco mai a fermare nulla. Quando Giasone tradì Medea e la mandò in esilio per poter sposare un’altra donna, lei uccise sua moglie, il padre della moglie, e infine i propri figli, poi volò via nel vento su un carro trainato da draghi alati. Gridò, e Giasone la sentì.”

La scrittura di Ward è pura emozione. Non saprei come descriverla in altro modo. Il suo raccontare riesce a intrecciare scene molto forti e molto visive (l’arrivo di Katrina, il combattimento dei cani, ma non solo, e non voglio dirvi di più) alle emozioni di Esch, alla sua situazione, ai suoi dubbi, che non diventano mai paure, quasi a farci percepire la forza della donna, oppure il suo affidarsi a quello che il futuro avrà in serbo per lei, per loro; senza lasciarsi mai andare a una lamentela a un atto tragico, quelli li evoca solo attraverso la sua lettura, attraverso la mitologia. Ed è quella mitologia a regalare un tocco di poesia a una narrazione così estrema, a un ambiente così miserrimo e degradato.

Salvare le ossa racconta una famiglia, parla di rapporti, di legami e della necessità di avvinghiarsi a quei legami. Parla di persone che poco hanno, ma che a quel poco si aggrappano, che quel poco vogliono salvare. Parla di una comunità che è famiglia anche oltre ai confini anagrafici, parla di amicizia e di amore e parla di comprensione.

Io lo so che molti dovendo descrivere questo romanzo con una parola, direbbero: violenza, o forse miseria.

Sì, forse, Salvare le ossa lo è: è un romanzo violento, fatto di quella violenza che emerge sempre dove c’è miseria, dove ci sono poche possibilità. Ma io quando ho girato l’ultima pagina del romanzo di Ward ho pensato a un’altra parola: solidarietà.

Salvare le ossa è il primo romanzo della trilogia di Bois Sauvage. Ora non resta che andare a scoprire gli altri…

(articolo scritto per Leggo Letteratura Americana )