Rogo

Perumal Murugan – Utopia – traduzione Dorotea Operato

«Non sappiamo di che casta sia, né dove e secondo quali riti vi siate sposati. Sappiamo solo che hai preso una ragazza e l’hai portata al villaggio. Condurre qui una persona di cui non conosciamo la casta contamina la purezza della comunità. Non sappiamo cosa succederà, se dio si adirerà perché celebriamo la festa quando la purezza del villaggio è stata compromessa.»


Saroja e Kumaresan si incontrano in città e si innamorano, ma siamo in India e i due ragazzi appartengono a caste diverse, quindi la loro unione non può che essere vista come qualcosa che non deve esistere, qualcosa che non può essere accettato. Loro si amano e, illudendosi che quel loro amore sarà un’arma capace di sconfiggere tutto il resto, si sposano in segreto e, come sposi, raggiungono il villaggio di Kumaresan. Troveranno ad attenderli l’odio della gente che non ne vuole sapere di accogliere Saroja e, soprattutto, il disprezzo di una madre che accusa il figlio di essere un ingrato e Saroja di averlo ingannato.


«Prima che tramonti il sole, una buona moglie dovrebbe legare capre e mucche nella stalla, accendere il fuoco per riscaldare l’acqua per il proprio marito, cucinare. Così dovrebbe comportarsi la moglie di un agricoltore. Questa qui, invece, la sera si acconcia i capelli e si trucca. Solo le donnacce sulle strade di Karattur si conciano così, e mio figlio ha portato qui una femmina di quel tipo!»


Nel suo secondo romanzo che arriva in Italia, nella traduzione dal tamil di Dorotea Operato per Utopia, Perumal Murugan ci parla di amore e odio. Ci racconta una storia d’amore che prova a sfidare il destino che l’attende, fa incontrare (scontrare) questo amore con l’odio di un’intera comunità .

E ce lo racconta con i toni del romanzo corale: le voci degli abitanti del villaggio diventano sottofondo persistente,


«Ah, ha la faccia davvero pallida, pare stia morendo di fame. Nondi è andato a prendersela tanto lontano, ma sembra una che non sa nemmeno cucinare per due persone. Ce la farà a tagliare in tempo di mietitura, a raccogliere il grano, a cogliere i frutti?»

quasi coro greco, che si unisce alle ingiurie della madre e ai pensieri dei due novelli sposi. Alla paura di lei e all’ingenuità di lui, che crede davvero che chi lo ha amato, chi lo ha cresciuto non possa diventare portatore di troppa cattiveria, di troppo odio.

Perumal Murugan nel poche righe di prefazione al suo romanzo si chiede


“Ma vivere nell’odio, respingendo e facendo guerra ai nostri simili, nell’idea che ciò di cui siamo convinti oggi sia qualcosa di intramontabile, può davvero essere considerato vivere?”


e, forse, Rogo è proprio questo: mettere il lettore davanti all’assurdità di una vita di guerra contro i nostri simili, contro altri uomini e donne. Contro chi ha la pelle più chiara o più scura, contro chi è diverso (anche se, in fondo, uguale).

Perumal Murugan ci regala un’altra piccola chicca. Un romanzo che ha la fluidità di una lingua scarna e semplice, ma capace di lasciare al lettore un senso di angoscia, di impotenza e di rabbia.