Giovanni Arpino – Minimum fax
“Furono piazze, strade ora ingarbugliate di traffico, un lembo del Duomo abbacinato da fari lattiginosi, volti di gente che il calore aveva stravolto come bocconi di gomma usata. E finalmente un vicolo buio, storto, poi un lungo muro giallo. Il dito di Giuan puntò verso l’alto.
Nei vapori d’un lampione dove sbattevano poche farfalle notturne, la scritta. Lontana, forse troppo lontana. E in una vernice nera luccicante, densa e lunga come la ferita nel ventre di un dinosauro…”
Milano, anni Settanta. Giuan e Olona sono coniugi e compagni in una battaglia: la battaglia di Giuan quella di sconfiggere la volgarità scritta sui muri cittadini, sostituendola con messaggi d’amore, messaggi cristiani, messaggi di speranza forse. Così, appena si fa buio, i due partono sulle loro biciclette armati di pennelli e vernice
“E subito ebbe alla memoria, ma come una giostra di povere luci senza forza proprio lì dietro gli occhi, le immagini umilianti di se stesso, della sua schiena curva e dei suoi piedi che pedalavano a zig zag per le strade cittadine, notti intere in quell’ultimo anno, una smania che lo faceva volare da una piazza all’altra, dalla stazione all’università ai gradini del Duomo alla statua di Leonardo, modificando le scritte di altre vernici, qua la cassettina dei colori, là Olona che bordeggiava di guardia.”
E quel “bordeggiava” la dice già lunga sulla scrittura di Giovanni Arpino, ma su di lei torneremo dopo…
Giuan è pittore, ma da tempo ormai dipinge solo Il Cenacolo, dove sembra essere soddisfatto solo dal suo Giuda. Olona cucina, si occupa di lui, lo ama. In fondo, Randagio è l’eroe è una bella storia d’amore. Amore tra Giuan e Olona, tra due giganti, tra Omone e Topa, i loro nomi nell’intimità.
Ed è la storia d’amore di un uomo verso l’umanità tutta, un uomo che non riesce più a sopportare quel mondo che si sta involgarendo, imbruttendo,
«Proprio così, Olona. Non possiamo entrare e uscire dal mondo in questo modo. Lasciando nessun segno. Come milioni di altri poveretti. E siamo già vecchi, topa»
Un mondo che sta perdendo il suo lato generoso, altruista.
Così, come Don Chisciotte parte alla ricerca di ciò che, in fondo, sa di non poter trovare. Prova a lasciare un segno, a sognare ancora, a diventare quell’eroe randagio del titolo. Perché il mondo ha bisogno di ritrovare la forza e la volontà di un atto di eroismo. Questo mondo
“che ha paura di essere eroico”
e pare “raccogliere” su di sé tutto il marcio, tutte le brutture. Ammalandosi, indebolendosi, soffrendo.
Una storia d’amore, ma anche d’amicizia, perché alla coppia di unisce Frank, l’amico di sempre, il compagno di bevute, gite al fiume e chiacchiere.
E le chiacchiere, i dialoghi, che ci regala Arpino sono perfette, reali, visive. Li vedi questi amici seduti a raccontarsi cose, a disquisire sul mondo, a sperare e sognare forse, li vedi e li vorresti aver visti raffigurati in un film di quel Fellini amante delle forme, dell’onirico, dei carrozzoni.
Ultimo pensiero, come anticipato, va a una scrittura che è vera protagonista di questo breve romanzo, una scrittura ricercata e alta, dove il lettore si perde, come tra i vicoli di quella Milano estiva e deserta che Randagio è l’eroe ci racconta. Si perde e va benissimo così, perché alla fine, credo, che ciò che ci si porta a casa da questa lettura sia proprio lei: la scrittura e quella frase che forse vorremmo vedere anche noi scritta sui muri della nostra città
“Va’ dove va il tuo cuore”

