Benjamin Labatut – Adelphi – traduzione Lisa Topi
“Ma non si tratta solo della gente comune: nemmeno gli scienziati capiscono più il mondo. Prenda la meccanica quantistica, per esempio, la gemma sulla corona della nostra specie, la teoria fisica più precisa, più bella e di portata che sia mai stata concepita. Sta alla base di Internet, dei telefoni cellulari che dominano la nostra vita, e offre la promessa di un potere digitale paragonabile solo all’intelligenza divina. Ha trasformato il nostro mondo fino a renderlo irriconoscibile. Sappiamo come usarla, funziona per una sorta di miracolo, e tuttavia su questo pianeta non c’è una sola anima, viva o morta, che la capisca veramente. La mente non è in grado di districare i suoi paradossi e le sue contraddizioni. Sembra che questa teoria si caduta sulla Terra come un monolito proveniente dallo spazio, e noi le giriamo attorno a quattro zampe tipo scimmie, giocandoci, lanciandole contro sassi e bastoni, ma senza un’autentica cognizione.”
A pronunciare queste parole è il giardiniere notturno, il protagonista dell’epilogo al libro di Labatut. Epilogo che è anche la mia parte preferita del romanzo, dove la vegetazione è protagonista e dove pare venga messo ordine al tutto, dato un senso a tutto ciò che ci viene raccontato prima. Non che un senso prima non ci fosse, anzi, ma mettiamola così: è come se a un professore si chiedesse di spiegare il tutto con parole più semplici.
Quando abbiamo smesso di capire il mondo è, come la definisce lo stesso autore,
“un’opera di finzione basata su fatti reali”
dove i fatti reali sono la Storia, ovviamente, ma soprattutto la scienza, la fisica, la matematica. I nomi di coloro che sono stati protagonisti di queste materie: premi Nobel, ma anche criminali di guerra e, a volte, criminali di guerra che sono stati anche premi Nobel. Perché una stessa scoperta scientifica, ci racconta Labatut, può aver salvato molte vite, ma anche aver fatto delle stragi.
“Dopo l’armistizio del 1918, le forze dell’Intesa dichiararono Fritz Haber criminale di guerra […] Haber fuggì dalla Germania e si rifugiò in Svizzera, dove gli giunse la notizia della vittoria del Primo Nobel per la chimica per una scoperta che aveva fatto pochi mesi prima della guerra, e che nei decenni seguenti avrebbe cambiato il destino della specie umana.
[…]
anche se il fine immediato della sua miracolosa scoperta non era nutrire le masse affamate, ma fornire alla Germania la materia prima di cui aveva bisogno per continuare a fabbricare esplosivi e polvere da sparo durante la prima guerra mondiale…”
ma, dato che ci troviamo davanti a un’opera di letteratura, di un romanzo appunto, Labatut immagina aneddoti e inventa dettagli delle biografie dei vari scienziati che incontriamo in questa lettura, unisce le loro storie con un filo rosso. Ne escono uomini ossessionati dalla scoperta o dal desiderio di risolvere un enigma, una formula matematica, ossessionati da quella scienza che li spinge a dimenticare persino di nutrirsi, di dormire, di amare anche, di vivere “altrove” che dentro quel loro mondo.
“Per Einstein, la fisica doveva parlare di cause e di risultati, e non solo di probabilità. Si rifiutava di credere che i fatti del mondo obbedissero a una logica contraria al senso comune.
[…]
Accettò la sconfitta suo malgrado e condensò tutto il suo odio verso la meccanica quantistica in una frase che negli anni a venire avrebbe ripetuto spesso, e che, prima di andarsene, sputò in faccia al danese: «Dio non gioca a dadi con l’universo!»”
E, così, io che la matematica la uso solo per capire quanto posso spendere in un mese e che la definizione di fisica quantistica devo andare (ogni volta) a cercarla su Google per poi non capirla comunque, dell’opera di Labatut mi sono portata a casa la parte romanzata, la storia di uomini appassionati e, in fondo, determinati. E sì, anche la scoperta che le piante degli agrumi, alla fine della loro vita, soccombono per abbondanza…
“E a chi dobbiamo questo meraviglioso inferno, se non a voi? Mi dica quando ha avuto inizio tutta questa follia, professore. Quand’è che abbiamo smesso di capire il mondo?”

