Punacci, storia di una capra nera

Perumal Murungan – Utopia – traduzione Dorotea Operato

“Conobbe anche un gregge di pecore che erano venute a pascolare lì, ma non le piacevano i loro agnelli. Avevano sempre la testa rivolta a terra. Certo, la si deve abbassare quando si pascola. La si deve abbassare quando si beve l’acqua. Ma che bisogno c’è di tenere la testa bassa anche quando ci si limita a camminare? Una vita vissuta senza guardare null’altro che la terra può davvero dirsi tale? Gli alberi, la luna, le stelle, la luce del sole… Possono forse vedere una di tali meraviglie comportandosi in quel modo? Se non si solleva la testa all’indietro, come si può vedere il cielo?”

È Punacci che ci parla e Punacci è una capra, una capra diversa dalle altre, una capra piccola e nera. Una capra rara in un mondo dove

“Si vociferava che un tempo fosse pieno di capre nere e che il governo ne avesse programmato l’abbattimento perché non era possibile scorgerle al buio, quando erano coinvolte in qualche attività criminale”

E tu lettore, leggendo questo romanzo, guarderai con i suoi occhi, sentirai con il suo animo. Vivrai la vita di una capra che, in fondo, diventa la vita di una donna che deve affrontare ogni ingiustizia e ogni dolore, come ogni gioia. Persino l’amore.

«Non credevo fossi ancora vivo», disse Punacci.
«Io stesso non pensavo che sarei vissuto così a lungo. La morte può giungere in qualsiasi momento per un capretto. Ci uccidono per la carne, o per un sacrificio. Perciò la mia vita è fatta di attimi come questi»
Punacci rispose:
«E come pensi che sia per le femmine? È meglio morire che partorire e accudire i figli…»

e affrontare tutto con la rassegnazione di chi sa che non può andare contro al suo destino, a ciò che la natura (o il padrone) ha deciso per lei. Nonostante una capra, a differenza di una pecora, cammini sempre con la testa alta

“Ma alle pecore non mettono le trappole alle zampe. Le mettono solo alle capre, per farle chinare. Costringono le capre, che non si piegano, a guardare il suolo, legando insieme collo e zampa posteriore con una corda, per aggiogarle. Ma le capre cercano sempre di scioglierne i nodi. Le pecore non hanno catene, per cui non provano mai a liberarsene. A che serve legarle, se inchinarsi è insito nella loro natura? Le pecore sono fortunate a vivere senza comprendere che inchinarsi significa essere schiavi.”

come il popolo tutto che è costretto ad abbassare la testa, a ubbidire al governo, a mettersi in fila attendendo il suo turno, senza protestare. Senza osare esprimere un’opinione.

È una sorta di fiaba quella che ci propone Utopia, traducendola dal tamil (cosa non da poco…), una fiaba raccontata in un linguaggio piano, lineare, una fiaba pregna di sensibilità e di motivo di riflessione.

Passaggi toccanti, dove affetto e amore prorompono, lasciano il campo al dolore e all’ingiustizia di altri momenti. Dove la vita di ogni giorno ha la claustrofobia di ciò che è praticamente costrizione, impossibilità di cambiamento, di fuga.

Assistiamo alla messa in scena della vita di Punacci e la sua, come ogni vita, si compone un poco di tutto. Punacci soffre, Punacci ama, Punacci soffre l’abbandono e il tradimento più grande. Panucci fa sesso per procreare e anche per amore. Panucci vede morire i suoi compagni di avventura.

Qualcuno direbbe: Punacci, in fondo, è una di noi.

Punacci è un libro da leggere con la mente aperta, non cercando la finezza o la prodezza nella scrittura, ma diventando amici di questa piccola capra nera che ci apre una porta verso un mondo a molti sconosciuto o comunque lontano: non mi riferisco a quello delle capre, ma a quello Tamil.