Pulita

Alia Trabucco Zerán – Sura – traduzione Gina Maneri

“Ma ditemi voi cos’è un inizio. Spiegatemi, per esempio, se la notte viene prima o dopo il giorno, se ci svegliamo dopo aver dormito o dormiamo perché ci siamo svegliati. Oppure, per non esasperarvi con i miei giri di parole, ditemi dove comincia un albero: col seme o con il frutto che prima avvolgeva il seme. O magari col ramo da cui è sbocciato il fiore che poi è diventato il frutto. O con il fiore stesso, mi seguite? Niente è semplice come sembra”


Una donna, Estela, è in una stanza, sola, ma sta parlando con chi, nella stanza accanto, la sta ascoltando, registrando, verbalizzando. Una donna racconta la sua storia,  la sua versione della storia, e ciò che ne esce va oltre quella storia e diventa il racconto di una vita: perché le storie bisogna raccontarle dall’inizio e ogni dettaglio è importante. E la storia che racconta ha come epilogo (ma noi lo sappiamo subito) la morte di una bambina di sette anni: Julia.


“Per quei pochi, morire non è un compito facile. Uomini che hanno bisogno di un camion che li investa, di una pallottola nel petto. Donne che si buttano dal sesto piano perché il quinto non basterebbe. Per altri, invece, basta una semplice polmonite, una corrente d’aria fredda, un nocciolo che si blocca in gola. E per qualcuno, come la bambina, basta la sola idea. Un’idea pericolosa, affilata, nata in un momento di debolezza. Vi parlerò di quell’idea, vi racconterò quando è nata. Adesso smettete di fare quello che state facendo e ascoltatemi.”


Estela è la domestica di una ricca famiglia di Santiago e sarà la tata della loro bambina. Arriva dalla provincia che si affaccia sul mare, dove ha lasciato l’adorata madre. Di entrambe, Estela, sente la nostalgia; da entrambe Estela vorrebbe tornare, ma per lei non è così facile


“Non ho mai smesso di credere che me ne sarei andata da quella casa, ma la routine è insidiosa. La ripetizione degli stessi riti, aprire gli occhi, chiuderli, masticare, inghiottire, pettinarsi, lavarsi i denti, ogni atto è un tentativo di addomesticare il tempo. Un mese, una settimana, tutta una vita.”


Alia Trabucco Zerán ci trascina dentro a una storia angosciante, una storia fatta di silenzi e di segreti.

“Fatto sta che lei temette che facessi la spia, io temetti che accusasse me, e così promettemmo di non dire niente. Né io né la bambina. E da un segreto non nasce mai niente di buono. Scrivetelo, da qualche parte.”


una narrazione costruita sul filo della tensione, che cresce di pagina in pagina, facendo sentire il lettore rinchiuso in quella stanzetta dietro alla cucina, dove Estela prova a dormire ogni notte. Una narrazione costruita magistralmente per creare aspettativa nel lettore, come probabilmente in quegli spettatori muti e silenziosi del racconto di Estela


“Non importa se si muore a quarant’anni, a sessanta o a sette. La vita ha sempre un inizio, una parte centrale e una fine. Può essere la siccità. Una malattia, Un’influenza. Una sassata. La morte, prima o poi, bussa alla porta. La prima volta è un avvertimento, uno spavento, un falso allarme. E il fico fu l’avviso di morte per quella famiglia. Ma poi arriva tre volte, così diceva la mamma: quando ne muore uno, Lita, ne muoiono sempre altri due.”


Ma Trabucco, oltre a regalarci un romanzo che potremmo definire thriller, ci racconta le differenze di classe, il rapporto tra i padroni e quella domestica che deve solo obbedire, solo essere

“Istruita, lavoratrice, una domestica discreta.”


Quella domestica che non può che covare rancore, rabbia, forse anche odio


“La parola rabbia, per esempio, è composta da sei sole lettere. Sei lettere, tutto qui. Eppure, il petto mi bruciava.”


E vorrei dire tanto di questo romanzo, vorrei raccontare dei nomi non detti perché solo ciò che si nomina rimane


“Non voglio più parlare della sua morte. Ciò che non si nomina si può dimenticare e io non voglio più nominarla”


del fatto che i padroni sono il signore e la signora e la bambina è la bambina, avrà un nome solo dopo, quando non avrà più senso chiamarla. Vorrei parlarvi di Yala, la cagna, ma non posso e lascio che il resto lo scopriate da soli.
Aggiungo solo che lo stile, la scrittura di Trabucco, sono il vero punto di forza del romanzo. Anzi il valore aggiunto


“Una volta chiese a sua madre perché non mi prestava i suoi trucchi.
Per farla diventare bianca, disse.
Pulita.”