Proteggimi

Jacqueline Woodson – Fandango – traduzione Chiara Baffa

“La professoressa Laverne ha tirato fuori il telefono e ha detto: Sorridete, ragazzi. Nella foto, io e Holly abbiamo le dita intrecciate, e i nostri collant sembrano la cosa più pazza mai esistita. Amari ha il cappuccio mezzo su e mezzo giù, mentre Tiago, Esteban e Ashton guardano tutti da un’altra parte. La foto è attaccata al mio frigorifero. Sembriamo tutti così piccoli, le guance piene dei bambini, la camicia fuori dai pantaloni, le scarpe da ginnastica di Tiago slacciate.”


In quella fotografia, attaccata al frigorifero di Haley, la voce narrante di questa storia, ci sono i sei protagonisti di Proteggimi. Sei ragazzini che frequentano la prima media in una scuola di Brooklyn e che hanno difficoltà di apprendimento
 


“Anche se nessuno ce lo diceva, sapevamo che in noi c’era qualcosa di diverso. Avevamo frequentato tutti delle classi numerose prima e, mentre gli altri bambini andavano avanti senza problemi, per noi stare dietro al programma era sempre stata una partita persa. Fingevamo che non ci importasse di dover imparare con un metodo diverso, ma non era così.”
 


Sei ragazzini che, un giorno, la professoressa Laverne preleva e conduce in quella che sarà chiamata APP (Aula Per Parlare), dicendo che da quel momento ogni venerdì, dalle due alle tre, avrebbero dovuto ritrovarsi lì, solo loro sei, a parlare in piena libertà di tutto ciò di cui avrebbero desiderato parlare
 

“Sto cercando solo di darvi lo spazio per parlare delle cose di cui parlano i ragazzi quando non ci sono gli adulti. Non vorreste vivere in un mondo in cui non ci sono persone come me?
No, ha detto Amari.
Non direi, no, ha detto Ashton.
Ci piace stare con lei, ho aggiunto io. Nell’altra aula.
Vi piace quello che conoscete, ha detto la professoressa Laverne. Vi piace quello che vi è familiare.
[…]
Ma le cose sconosciute non vi devono spaventare. E non dovreste evitarle.”
 

I ragazzi in un primo tempo sono scettici, forse spaventati, ma ovviamente il tempo li porterà a conoscersi, a raccontarsi e a raccontarci le loro storie, i loro dubbi, le loro paure e le loro mancanze. A diventare amici, arrivando a promettersi che si sarebbero ritrovati lì, a qualsiasi costo, tra vent’anni.

E Haley deciderà di raccogliere quelle storie, quei racconti, con un registratore portatile


“Ho riacceso il registratore. La professoressa Laverne ha detto che ogni giorno dovremmo chiederci: “Se dovesse succedere la cosa peggiore del mondo, proteggerei qualcun altro? Sarei un porto sicuro per qualcuno che ne ha bisogno?”. Poi ha detto: “Voglio che ognuno di voi dica all’altro: Io ti proteggerò”.
Ti proteggerò.”


Jacqueline Woodsoon ci regala un romanzo che parla di diversità e di bullismo, di differenze sociali e razziali, di un padre che scrive poesie ma che è stato portato via, di un altro che è in carcere e di una madre che non c’è più, di uno zio che ha fatto da padre, che scrive canzoni e racconta storie


“Quando chiedevo a mio zio quale fosse la morale della storia, mi rispondeva: Nessuna morale. Solo un lieto fine.
[…]
A quei tempi credevamo ancora nel lieto fine. Nessuno di noi sapeva ancora quante fini e quanti inizi poteva avere una storia.”


Di amicizia ovviamente, e di molto altro, ma soprattutto di perdono e del sapersi accettare, perché siamo tutti supereroi, il punto è solo scoprire quale sia il nostro superpotere.
Superpotere che potrebbe anche essere nascosto tra una massa di ricci ingestibili e rossi.


“Credo che a volte, ha detto Holly lentamente, come se l’idea le fosse venuta in mente solo ora, la vita ti dà cose che non vuoi, ma devi accettarle comunque.
Come i miei capelli, ho detto. O quello che è successo a mia madre e mio padre.”