Lionel Shriver – 66thand2nd – traduzione Emilia Benghi
“Il possesso è uno stato d’animo quanto un diritto giuridico.”
E possesso avrebbe potuto essere il titolo di questa raccolta di racconti, forse ancora più di Proprietà, perché è questo che accomuna i dodici racconti di Lionel Shriver, una sorta di ossessione o di relazione con il possesso degli oggetti, delle cose, dei soldi; fino a spostare l’attenzione da ciò che è più importante, che sia un’amicizia, che sia un matrimonio che sia un rapporto genitori figli o figlio genitore o, comunque, un qualsiasi tipo di rapporto, anche con sé stessi.
“Sara custodiva gelosamente qualsiasi bene, anche il più infimo. Teneva a tutto ciò che possedeva, per il semplice fatto che era suo e contribuiva a tracciare la linea di confine strenuamente difesa tra il resto del mondo e Sara Moseley.”
La bellezza dei racconti di Shriver (racconti che hanno lunghezze a volte molto diverse: alcuni poche pagine, altri, come il primo e l’ultimo, diventano quasi dei romanzi brevi e che hanno come sfondo l’America certo, ma anche il Regno Unito e il Kenya) sta nel raccontarci delle vite quotidiane, immortalate in un particolare spaccato (anche qua più o meno lungo) e di farlo con un tocco quasi cinico, che arriva a far sorridere il lettore per l’assurdità di alcune situazioni. C’è la coppia che non può separarsi perché il valore della casa è calato di troppo e che quindi si costringe a vivere da separati in casa con tutte le conseguenze della nuova situazione, e c’è quella che si trova a lottare con un’infestazione di procioni. C’è il postino che ha la casa invasa da sacchi di lettere non consegnate e c’è l’uomo che ha truffato i soci e fugge a vivere (e ad annoiarsi) in un albergo di lusso. C’è la ragazza che vive a scrocco di chi la ospita e si ritrova a vivere un’esperienza che la farà diventare adulta (uno dei miei racconti preferiti della raccolta), e il figlio che vive a scrocco dei genitori. C’è la casa che rifiuta la nuova inquilina e la nuova inquilina che non vuole lasciare la casa (una sorta di racconto horror).
C’è chi fa collezione di foto o disegni di tombini e chi quella di strade dai nomi strani
“Era una passione economica la sua. Collezionare teiere vittoriane, per dire, sarebbe costato migliaia di sterline; i nomi delle strade invece erano gratis.”
E poi c’è altro ancora…
E ci sono i due splendidi racconti lunghi. Quello di apertura, dove due amici (più una futura moglie) litigano per un lampadario
“Tutti e tre continuavano a far finta che il lampadario fosse un simbolo, mentre in realtà era diventato un oggetto. Frisk voleva l’oggetto. Weston voleva l’oggetto. Per quanto inverosimile, persino Paige voleva l’oggetto. Un oggetto il cui possesso, come per la maggior parte dei beni, fosse totale.”
E quello di chiusura dove una donna subaffitta il suo appartamento a una strana (almeno dal suo punto di vista) inquilina
“Avere cura di qualcosa è una forma di possesso. Spazzando, lavando passando la cera, fai tuo il pavimento. Ma tanti mariti violenti e i terroristi dell’Ira ne avevano astutamente tratto una losca deduzione. La profanazione è a sua volta una forma di possesso. Anche stuprando, sfigurando, annientando, sei padrone.”
Il racconto che forse raccoglie la vera morale della raccolta e che, ovviamente, non vi verrò a raccontare.

