Prima e dopo

Alba De Céspedes – Cliquot

 

«È andata via».
Vi fu un silenzio. Attraverso la distanza ci vedevano nelle nostre minuscole case di donne sole, ove il buon gusto, acquisito con la nascita e l’educazione, tentava di sostituire l’agiatezza un tempo assicurata a lei da un marito fortunato negli affari e a me da una madre benestante Eppure, ormai, vivere con danaro che non fosse nostro, guadagnato da noi, ci sarebbe sembrato in pari tempo un sogno e una sregolatezza. Ci sentivamo ricche ogni volte che ci innamoravamo, tornavamo ad essere povere quando l’amore finiva Adriana capì che avevo la voce di tutti i ritorni e disse «Vieni subito»

Irene ha scelto una vita lontana da quella che è la normalità. Sono gli anni Cinquanta e lei non ha una famiglia sua, vive sola, è una giornalista e si mantiene con il suo lavoro; ha reciso una relazione un attimo prima del matrimonio e, ora, ha un amante, Pietro. Sua madre non la capisce, le sorelle sono molto differenti da lei. Quando ha bisogno di sfogarsi, di raccontarsi, Irene ricorre ad Arianna, l’amica che le assomiglia nelle scelte: anch’essa è indipendente, anch’essa non ha le braccia di qualcuno sulle quali poter mettere la propria vita dicendo

“pensaci tu”

Ma un giorno Erminia, la domestica di Irene, decide di dare le dimissioni e Irene entra in crisi. Si sente abbandonata, teme di perdere tutto

“D’improvviso mi resi conto che c’erano voci, nella mia vita, più che presenze; e che, ormai, sarei rimasta priva di quel calore che sentiamo soltanto vivendo con qualcuno, e che paghiamo con il fastidio della convivenza.”

Inizia a pensare che tutta quell’indipendenza che fa parte di lei e  per la quale ha lottato ha un prezzo da pagare, e che quel prezzo potrebbe chiamarsi solitudine. Inizia a indagare il suo passato e il suo presente, a farsi domande, a chiedersi se è felice

“Impegnati nella ricerca di una felicità che non fosse dovuta alla fortuna, al caso, ma che ci spettasse per un diritto acquisito nella nostra coscienza. Ci eravamo illusi che, improvvisamente, da una parola detta o scritta, questa felicità avrebbe preso vita, forma, nome. L’aspettavamo come una persona fisica che un giorno sarebbe arrivata, bussando alla porta.”

È bello, molto bello, il racconto di Alba De Cespedes: quasi un flusso di coscienza capace di consegnarci una donna che, partendo da se stessa, ci regala un pensiero universale e davvero moderno,

“In fondo io non ero una donna come intendeva lei; e neppure Adriana. Neppure Pietro era un uomo come lei intendeva, e per questo lo amavo. Avevo capito in quel momento che non eravamo più né uomini né donne; avevamo imparato ad essere soltanto creature umane, tutte eguali; ma la nostra vittoria assumeva – agli occhi altrui – l’aspetto di una sconfitta o di una colpa”

una donna, Irene, capace di convivere con la sua solitudine e, allo stesso tempo, mettere in dubbio la sua scelta di vita. Una donna che fa delle sue amicizie la sua famiglia, che pensa che, forse, per essere felice dovrebbe capire di meno, farsi meno domande e, magari, sapersi accontentare di dire sì a un uomo che potrebbe regalarle una pelliccia di visone. Una donna che, ovviamente, di questo non è capace

“Forse è per questo che a me nessuno chiede se può accompagnarmi”

Ma non è capace nel senso che non vuole proprio essere una donna così.
Irene si chiede che cos’è l’amore, che cos’è la felicità e, in fondo, che cos’è la libertà

“Sentivo che tutti aspettavano dalla libertà la fine dell’inquietudine che, in segreto, ci agitava. E io, invece, sapevo che esser liberi significava appunto accettare l’inquietudine, il dubbio”

De Céspedes ha scritto Prima e dopo nel 1955, ma Irene potrebbe essere davvero una di noi, un’amica alla quale poter dire

“Chiamami quando vuoi, a qualsiasi ora, anche nel mezzo della notte: tanto ho il telefono accanto al letto fino a tardi.”
Chiamami quando hai bisogno di non sentirti sola, insomma,
“se non ce la fai più”