Prima che chiudiate gli occhi

Morena Pedriali Errani – Giulio Perrone Editore

«La guerra finirà?» I miei occhi sono cristalli spezzati e tremano appena. «Pensi che potremo dimenticarla?»
Mio padre allarga le braccia e io ci affondo dentro, come da bambina. Rimane per un po’ ad accarezzarmi i capelli, poi dice: «No».
«No, bambina. Non se ne andrà. Non andrà via niente di tutto quello che ci fanno».
«E come faremo a vivere?».
Mi stringe forte e io affondo le mani nelle sue spalle.
«Quando tutto questo finirà, e intendo proprio il giorno in cui verranno a dirci che è finita, Jezi, tu prendi una rosa e strappa i suoi petali uno a uno davanti ai loro occhi. Ti crederanno pazza. E lo sarai. Quando la rosa rimarrà senza petali, tu mettila nelle loro mani e di’: «È finita»


Questa è una storia che ci porta all’interno di una comunità sinta e per estensione all’intero popolo sinto che ha abitato l’Italia negli anni del fascismo, negli anni che precedono e accolgono la Seconda Guerra Mondiale. Siamo negli anni in cui la comunità sinta è perseguitata, additata, deportata nei campi di concentramento, tenuta in disparte nel migliore dei casi.

Questa è la storia di una famiglia (allargata) che ha per protagonista Jezebel, bimba e poi ragazza senza madre


“Non mi chiedevo, allora, perché tutti gli altri bambini avessero una mamma e io ne avessi tante che mi pettinavano, che mi baciavano la fronte come se fossi figlia loro. Perché non avevo vicino la mia, che ne era stato di lei? Le mie zie leggevano le mani, giravano le carte. Mi dicevano che mia madre non era mai esistita, e per noi forse tutto il mondo è così, quando passa non ci si volta più a cercarlo, non è mai stato lì”


Ma con un padre che parla e ascolta il vento. Perché qua, nel romanzo come nel popolo sinti, il vento è protagonista: sussurra, annuncia, culla


“Mentre mi sto addormentando, lo sento sussurrare piano, forse parla con il vento, forse tra sé e sé. Il mio sonno ormai è un vapore che mi entra nelle narici, non riesco a combatterlo. Mi abbandono alle briciole di sogni che ballano già sopra la mia testa, alla luna di stoffa che oscilla lenta. Forse mio padre non sta dicendo niente. Forse non l’ho davvero sentito.
Nulla muore, Jezebel.
Nulla muore quando è amato”

 

È una storia che ci porta dentro alle tradizioni sinte e a un pezzo della Storia italiana che non conoscevo, perché io dell’esistenza e del trattamento riservato ai sinti non sapevo proprio nulla prima di leggere questo romanzo: di come i sinti fossero considerati stranieri, inferiori, ma ritenuti utili per essere mandati in guerra a combattere per una patria che non li riteneva cittadini


«Non è abbastanza italiano per vivere tra i gagi, ma è abbastanza italiano per combattere per loro»


Prima che chiudiate gli occhi contiene anche una storia d’amore, una di quelle storie che non avrebbe dovuto essere, una storia d’amore sbagliata (ammesso che esistano storie d’amore sbagliate), che sarà determinante nell’indirizzare le “cose”. Ma racconta, soprattutto, una storia di resistenza, perché Jezebel, con il nome di Fiamma, diventerà partigiana e la guerra la combatterà fino alla fine.


«No, bambina. Non si ammazza un fascista con una pistola».
Il suo tono si è fatto dolce. Mi chiedo chi fosse Cielo prima della guerra.
«E come?».
«Con la disobbedienza, Fiamma. Si ammazzano con la disobbedienza».


Pedriali Errani, con una scrittura evocativa e, a tratti, poetica, ci parla con coraggio e fierezza del suo popolo, un popolo che ha subito un genocidio, e prova a non farci chiudere gli occhi su ciò che, forse, non è ancora passato. Su quel razzismo che addita lo straniero, che lo etichetta come diverso, come persona non gradita


“La legge dice che nessuno zingaro “straniero”, può entrare nel regno. Non so cosa significa “straniero”, non so se io lo sono, non sono nemmeno sicura di cosa sia un “regno”. Però so cosa significa “zingaro” e la bava alla bocca della polizia quando ce lo butta addosso, gli sguardi come pugnali delle persone, la paura bianca delle loro cornee quando ci vedono passare”


E, infine, ci parla dell’orgoglio di appartenere al popolo sinto


 “… il ramo balla nel vento e io immagino di essere quel ramo, di ballare anche se è spoglio e anche se la notte diventa nera nera, di ballare dentro il vento. Dove poter mettere ancora la mia gonna, e non questo paio di pantaloni neri,di poter urlare al mondo che sono fiera di essere chi sono,io sono sinta”