Permafrost

Eva Baltasar – Nottetempo – traduzione Amaranta Sbardella

“Mi sono collocata in un limite, ci vivo dentro, aspetto il momento di abbandonarlo, questo limite, la mia dimora provvisoria. Provvisoria come tutte le dimore, infatti, o come un corpo.
[…]
Alla fine scopri che il limite si lascia vivere, verticale come non mai, rasente il nulla, in tanti modi diversi. E se tutto sta nel sopravvivere, probabilmente la resistenza è l’unico modo per vivere intensamente.  È ora, in questo limite, che mi sento viva, viva come non mai.”

La protagonista di Permafrost vive una sorta di distacco dal resto del mondo: come se lo osservasse dall’alto o, meglio, dal dentro. Attraverso quella pellicola gelata come il permafrost appunto, che con il suo freddo la protegge, la conserva, l’allontana forse.

Osserva e si osserva questa donna, soffre una non appartenenza, soffre un non voler vivere, un sentirsi estranea al mondo, inadeguata, appiccicata in un secondo tempo in quella foto dove tutti riescono a riconoscersi. Non adatta alla vita

“Non è che io voglia morire, io devo morire! È la mia certezza. La vita appartiene agli altri, l’ha sempre fatto. Io sono qui e vedo che trascorre, la vita trascorre nelle vite degli altri, riempiendole come acqua, ingrossandole come doppi menti. Che sia toccato a me è un accidente.”

Medita il suicidio, pensa alla morte e al come attuarla in ogni momento, ma non è mai il tempo, non è mai il luogo, non è mai l’occasione giusta. Rimanda e soffre questo suo doverlo fare. E tu lettore soffrirai con lei, ma lo farai per motivi diversi, per motivi opposti. E, in tutto questo soffrire, Baltasar riesce anche a farti sorridere un poco e a farti affezionare a questa donna che un poco vorresti anche abbracciare (pur sapendo che probabilmente lei non gradirebbe troppo)

Ma Permafrost è anche un racconto molto sensuale,

“Gli adulti ridono di te e ti dicono che il caviale, il curry o il gulasch ti piaceranno quando sarai grande, è solo questione di tempo, non puoi sbagliarti. Io credevo valesse così anche per il sesso con i ragazzi, perché il sesso da sola, così come tutto l’immaginario che evocava, popolato da amiche, ragazze più grandi, qualche professoressa, attrici e donne che comparivano in certi disegni nei libri d’arte in giro per casa, era magnifico, insuperabile, perfetto, delizioso. Lo adoravo! Che mi piacesse tanto voleva dire solo una cosa: era sesso infantile, l’equivalente dei maccheroni o dei lecca-lecca nel cibo. O, al massimo, sesso adolescenziale: chewing gum e Kit Kat. Dovevo maturare per provare gusto nel sesso con i ragazzi, ne ero sicura.”

erotico in alcuni passaggi (alcune scene di sesso sono descritte in modo specifico e magistrale, e si sa, che raccontare il sesso non sempre è facile, anzi..), dove il sesso diventa protagonista o antagonista della morte (del resto amore e morte sono lì, a un passo l’una dall’altra sempre, in letteratura e, forse, nella vita tutta)

“La morte rapisce il corpo come l’amore. Che lo colga alla sprovvista, allora.”

Permafrost mi è stato consigliato come un classico moderno e, forse, questo è: un romanzo che riesce a toccare temi eterni e a farlo in un modo che sa scalfire e che, probabilmente, avrà il dono di non diventare mai superato, mai fuori dal tempo.

Concludo dicendo che questo è il mio secondo romanzo di Baltasar e che in entrambi ho amato la scrittura asciutta e diretta dell’autrice. La mancanza di filtri. Il far entrare il lettore dentro alla testa della protagonista, dentro ai suoi pensieri. Il fare di quei pensieri il brogliaccio della storia. Forse devo confessare di aver amato di più Boulder, ma credo solo perché è stato il primo dei due che ho letto, il primo che mi ha fatto innamorare di questa scrittrice catalana.