Caroline Dawson – L’orma – traduzione Elena Riva
“Nessuno mi ha detto: trova un modo di essere te stessa in quel corpo che è tuo, inventati una maniera di coniugare francese e spagnolo invece di tenerli totalmente separati. Al contrario, ho capito la gerarchia nel cortile della scuola elementare, negli spogliatoi della piscina comunale, nello scuolabus, nei negozi in cui già da dodici anni venivo tenuta d’occhio appena sentivano che no parlavo francese senza accento. Ero sospetta.
A casa non abbiamo mai smesso di parlare la nostra lingua madre, ma con il tempo è diventata intima, relegata alla sfera famigliare. […] Non avremmo mai rinnegato le nostre origini, ma abbiamo imparato a conservarle nell’ambito privato, nel cassetto folcloristico segreto, giù in fondo alla sfera domestica.”
Una famiglia cilena fugge alla dittatura di Pinochet e raggiunge il Canada, dove chiede asilo politico. È il 1986 e la famiglia protagonista di questa fuga e di questa storia, è la famiglia di Caroline Dawson.
Parlavo una lingua di neve è un memoir che ci parla di integrazione; di una bambina che si sente diversa, che viene schernita per il suo non essere conforme. Una bambina costretta a cambiare, a uniformarsi al suo nuovo mondo, ad allontanarsi dalle sue origini, a spegnere un poco la sua natura
“A otto anni ho deciso di evitare di dare nell’occhio. Mi sono esercitata davanti allo specchio a non parlare più con le mani. Ho trattenuto il mio fervore in classe. Ho imparato a non ridere più troppo forte quando le altre bambine facevano le battute. Mi sono sforzata di camminare durante l’intervallo invece di correre. Il ritegno è diventata la mia postura. Se non potevo spegnere la piccola latino-americana in me, avrei almeno tentato di smorzarla portando avanti una vera e propria campagna di estinzione graduale. A forza di attutire i colori e affievolire gli ardori, mi sono costruita un’infanzia ovattata.”
di genitori che erano insegnanti nell’altra vita, ma che ora sono costretti a fare lavori più umili, e anche più di un lavoro, per poter mantenere i figli, per garantire loro un futuro migliore
“Hanno passato lo straccio ovunque affinché noi avessimo il lusso di annoiarci. Il nostro processo creativo è nato lì, in fondo ai cestini dei rifiuti altrui che i miei genitori hanno dovuto sollevare per dare modo a noi di sederci, tranquilli, a osservare il mondo e a tradurlo in parole.”
Parlavo una lingua di neve è un libro che ci parla della lingua, come unico mezzo di integrazione; e se è vero che “ i ricordi si formano solo con la comparsa del linguaggio”, Caroline adottando la lingua francese, farà partire da lì, dal Canada la sua memoria, lasciando sbiadire le immagini legate al suo paese di origine
“ho imparato che il francese stava diventando la mia lingua. Quella che lentamente si sarebbe sovrapposta allo spagnolo, che pur era la mia lingua madre. Quella che sarebbe diventata per me dimora. Quella che mi avrebbe permesso non solo di dire, di comprendere il mondo, ma anche di allontanarmi dai miei. Di allontanarmi dai miei senza lasciarli.”
fino ad arrivare a quella che riconoscerà subito essere la sua vera lingua, la sua vera strada
“La lingua della sociologia parlava di classi sociali, di sfruttamento, di capitale culturale, sociale, simbolico. Parlava soprattutto di dominazione, ma anche, nei momenti più belli, della possibilità di sottrarsi al destino sociale. Era la mia realtà espressa a parole. Ben prima di iniziare a studiare questa disciplina avevo capito che le traiettorie di ciascuno dipendevano dalla sua posizione sullo scacchiere sociale. Sapevo qual era il mio posto e cosa aspettarmi realisticamente quanto a mobilità sociale.”
Parlavo una lingua di neve è un libro capace di muoverti rabbia, ma anche di farti sorridere; una raccolta di episodi, di fotogrammi, di frammenti di vita che ne rendono la lettura frizzante e piacevole. Il libro perfetto per chi cerca la storia di una donna che ce l’ha fatta, ovviamente pagando un prezzo, ma non dimenticando mai il debito di riconoscenza
“Mi rendo conto che è stato l’amore di mia madre a spostare le montagne, e non montagne qualsiasi, l’intera cordigliera.”

