Ogni singola assenza

Elisabetta Mongardi – Hacca

“Per tutte l’amore era inevitabile e questo era motivo sufficiente a non inseguirlo: il tempo l’avrebbe portato, bastava aspettare. Nelle loro storie gli uomini erano eventi atmosferici, incidenti capitati sulla strada per farle inciampare. […] gli uomini della famiglia erano stati tanto evanescenti in vita quanto lo erano nella memoria. Chi era morto giovane per un male non riconosciuto in tempo, chi aveva lasciato la città senza tornare, chi era stato abbandonato, chi si era smarrito dietro una dipendenza, un malumore, una donna che non lo aveva voluto. In un modo o nell’altro, tutti erano scivolati sul piano inclinato delle loro debolezze fino a sparire, mentre loro erano rimaste salde, destinate a proseguire il loro racconto.”


Ogni singola assenza racconta tre generazioni di donne di una famiglia: Tina che metta al mondo Viola e Giada, Viola che non sarà madre e Giada che sarà madre di Ira. Donne, perché gli uomini in questa famiglia hanno il destino di non esserci, di essere solo di passaggio: padri, fratelli, amici, amanti e mariti, certo, ma solo per lasciarsi alle spalle la loro assenza.
 


“Io non credo esista una famiglia più sfortunata della nostra, amava ripetere Viola. Si riferiva alla morte che era venuta a prendersi uno dopo l’altro gli uomini di famiglia, senza mai dare preavviso.”
 


E queste sono donne che in qualche modo devono farcela da sole, che nel loro riuscire a farcela trovano, forse, il motivo di orgoglio più grande. Donne capaci di rialzarsi sempre, da sole o con l’aiuto delle altre

 
“Era una cosa che aveva imparato da sua madre, ogni tormento finiva per diventare un ricordo.”
 


Donne che sanno di non potersi appoggiare su quegli uomini così deboli, così inesistenti.
 
Donne che incontrano l’amore, ma che sanno anche che l’amore è o può essere passeggero, rendere fragili, imprigionare a un letto, a un cognome, 
 


“l’amore al suo meglio è disfacimento, un paesaggio dopo un’esplosione atomica, le radiazioni che continuano a riverberare oltre lo scoppio che le ha generate, si attaccano ai corpi che hanno incontrato.”
 


ciò che invece conta è essere autonome, artefici del proprio destino, del proprio sostentamento

Donne con la convinzione di non poter mettere al mondo altro che donne; una speranza, forse, dato il destino che tocca agli uomini della famiglia, o la certezza che solo le donne sanno restare, fermarsi, tornare.


“Quando era toccato a Ira fare il suo ingresso nella genealogia, l’intera storia familiare era composta da loro, stabili e fiere come matrioske: Tina, nata senza madre, che aveva generato Viola e poi Giada, che aveva generato lei. Altri personaggi rilevanti, se ce n’erano stati, esistevano solo in forma di leggende, figure a due dimensioni plasmate dalle ripetizione delle stesse poche storie. Erano loro a tenere la posizione, lamentandosi della fatica e della solitudine ma senza cedere il passo. Dal tempo e dall’amore, del resto, bisognava farsi trovare indomite, pronte a essere sconfitte con onore.”


Ogni singola assenza ci parla di memoria, di ricordi e, soprattutto, di legami. Quei legami che uniscono e che creano dipendenza. Che rendono responsabili, ma dei quali non si può (o le donne di questa storia almeno non possono) fare a meno.

Tina


“Era raro che dimostrasse vicinanza e quel gesto d’intimità le stava male addosso, pareva la caricatura di una madre impensierita.”


Viola e Giada due sorelle così diverse sia nel fisico che nel loro essere


“La fragilità delle creature, che a Giada metteva voglia di prendere le distanze, a lei [Viola] faceva crescere il desiderio di restare. Era attratta da ciò che faticava a resistere, dalle interruzioni.”


Ira che da tutte queste donne discende e che da ognuna di loro, probabilmente, qualcosa ha preso. Ira che ha bisogno di definire la sua storia d’amore anche solo per poterla raccontare.


“Ira sentiva la responsabilità di dare al loro movimento una casa, dei contorni, una forma che si potesse raccontare a Viola, a Giada, a quelli che erano rimasti indietro”


E, sullo sfondo, un paesino emiliano che contiene la casa di famiglia, e che diventa punto di partenza e di ritorno; un’Italia di qualche decennio fa che piano piano si avvicina ai giorni nostri.

Un viaggio nel tempo, dove presente passato e futuro sono rappresentati da queste tre generazioni e dal loro punto di contatto. Passato, presente e futuro che si incontrano attraverso la memoria, i ricordi condivisi, gli aneddoti, la storia della famiglia.


“Dov’ero rimasta? chiedeva poi, e si passava una mano sulla fronte come per guardare meglio un orizzonte che solo lei poteva vedere. Riavvolgeva la sceneggiatura, riprendeva un aneddoto già terminato, dubitava ad alta voce dei suoi pensieri, lamentando stanchezza annunciava che era ora di andare a casa, di dormire, di accendere la televisione.”