Ripensa a una frase letta qualche tempo fa in un libro. La ripensa mentre scorre gli stati di chi, dai luoghi più disparati e lontani, condivide mare, montagna, percorsi studiati per non perdere alcun dettaglio di quel viaggio. Stati pregni di vacanza, sorrisi, sole. Stati appagati.
Parlava della bellezza dei luoghi quella frase, anzi no raccontava di un tizio che aveva bisogno di panorami nuovi per accantonare le brutture della vita. Qualcosa del genere, insomma. C’era la parola sconfitto in quella frase, c’era un vuoto da riempire.
In quale libro l’avrò letta?, si chiede, sfogliando le ultime letture ancora impilate sul comodino.
Ricorda di averla sottolineata, di aver pensato questa è troppo mia, di essersi persa nei ricordi di quei suoi vagabondaggi che ora le sembrano così remoti.
Ricorda di essersi chiesta: quando è successo che mi sono fermata?
Pensa a una donna incontrata in un piccolo borgo; le aveva raccontato un poca della sua vita e fatto vedere un panorama nascosto. Quel giorno c’era caldo e nessuno in giro. Solo lei e quella donna seduta su una sedia davanti alla porta. Non ricorda il nome di quel borgo, ma i suoi vicoli riesce ancora a rivederli tutti.
La frase è sottolineata con un tratto più pesante di altri passaggi
“Lui voleva delle immagini nuove, dei paesaggi mai visti prima, per poter offrire al sui spirito un succedaneo del piacere primigenio, qualcosa che potesse riempire lo spazio libero con una forza tale che il resto, l’oscuro, tutto quello che la vita aveva di odioso finisse in un angolo, sconfitto dalla bellezza”
Richiude il libro su una copertina bianca, sospira. Dalla finestra entra il silenzio di un giorno di agosto in città; lei si stende sul letto chiude gli occhi e inizia a viaggiare…
(La frase è tratta da Blizzard di Marie Vingtras – edizioni Clichy
La foto da un vagabondaggio di un po’ di tempo fa)

