Norwegian blues

Levi Henriksen – Iperborea – traduzione di Giovanna Paterniti

“Il microfono era in mezzo a noi, sul tavolino da salotto, e fremevo dalla voglia di premere il tasto di registrazione. Preservare quel momento, almeno in parte, per il futuro, per avere qualcosa su cui lavorare. Ma non trovai il coraggio di farlo. Come quando ero al capezzale di mia madre. L’avevo convinta a recitare una delle poesie che più amava, e avevo pensato che registrare la sua voce sarebbe stato un bel modo per conservare una parte di lei. Ma sentivo anche che così facendo l’inevitabile sarebbe diventato definitivo. L’avrebbe derubata dell’ultimo sprazzo di vita. Dell’ultimo briciolo di speranza, non la sua ma la mia”

Il protagonista di Norwegian Blues è un produttore discografico in crisi di idee, in crisi di apatia direbbe lui. Non riesce più a trovare un’ispirazione che lo affascini, una novità capace di destare la sua attenzione. Poi un giorno, in chiesa, durante un battesimo, sente i fratelli Thorsen cantare e quelle voci diventano la sua ossessione. Inizia così il suo avvicinamento a Maria, Tulla e Timoteus Thorsen, tre ottantenni che un tempo sono stati una band famosa, una band di musica religiosa.

“…la pastora mi aveva detto: che i tre Thorsen sarebbero stati capaci di resuscitare i morti. Io avrei usato altre parole, ma le voci di Maria, Timoteus e Tulla erano semplicemente perfette.”

Ma non sarà così facile convincerli a tornare a suonare musica in pubblico, specialmente non sarà facile convincere il cocciuto Timoteus, che nasconde la delusione di una storia d’amore finita cinquantadue anni prima, ma forse mai davvero finita.

“… poi mi accorsi delle ditate che Timoteus aveva lasciato sulla polvere. Sulla trave erano intagliate due lettere con il segno più in mezzo. L’edificio era stato senz’altro riverniciato diverse volte, ma le lettere si distinguevano ancora nitidamente. In quel legno consunto le due «T» sembravano rune incise molto tempo prima che la Norvegia iniziasse a esistere”

Tra racconti di storia passata, vecchi amori e lutti, un matrimonio con un uomo di colore in tempi in cui i matrimoni misti non erano di certo all’ordine del giorno,

“Fuggimmo per un breve viaggio di nozze alle Cascate del Niagara, ma non ci era permesso sederci uno accanto all’altra sul pullman, e quando l’autista fece una sosta per mangiare non potemmo sederci allo stesso tavolo, e arrivati in albergo dovemmo prendere due stanze separate. Il fatto di essere insieme pur non essendo insieme ci ha insegnato a vivere di piccole cose. […] la prima volta che l’autista si fermò per farci sgranchire le gambe sull’asfalto c’erano le lunghe ombre dei nostri corpi e, cambiando un po’ la posizione, sembrò che ci stessimo tenendo per mano.

tra case che devono essere abbandonate perché il terreno deve fare spazio alla cava di ghiaia e tra musica, tanta musica, conosceremo questi tre vecchietti davvero speciali

«Quando si domanda a una vecchia signora come me di raccontare la propria vita bisogna avere un bel po’ di tempo a disposizione, e di norma è interessante come leggere le didascalie dell’album fotografico di qualcuno che non si conosce tanto bene.»
«Mi è sempre piaciuto sfogliare gli album fotografici.»


sorrideremo e batteremo il ritmo con il piede e, alla fine, ci commuoveremo o almeno io l’ho fatto (lacrime vere, giuro!) e ci vorremmo tatuare questa frase là dove potremo leggerla in ogni momento della nostra giornata


“A volte il successo più grande sta nel fallire invece che ripetere sempre lo stesso errore”

Un libro bello che consiglio a chi ha amato Piovevano uccelli, a chi ama la musica a chi crede che l’amore possa resistere anche agli anni, alla lontananza, alla delusione e, soprattutto, che non sia mai troppo tardi per tenersi per mano.