Alice Robb – 66thand2nd – traduzione Flavia Gasperetti
“Non ricordo quando comprai il primo reggiseno o provai il primo alcolico. Ma ricordo l’emozione di calzare le prime punte, imparare come intrecciare i nastri intorno alle caviglie e nascondere il nodo perché non si vedesse – avrebbe potuto anche segarmi la carne, l’importante era che non interrompesse la linea perfetta della gamba. Ricordo quanto fossero eleganti e quanto fosse allucinante il dolore che provai alzandomi in piedi. Negli anni successivi avrei ripetuto questo rituale infinite volte senza mai abituarmi. Il dolore era ogni volta nuovo.”
Il mondo della danza mi ha attratta da sempre: film, serie tv, fotografie che ritraggono ballerine o scarpette allacciate con lunghi nastri, negozi che espongono tutù e scarpette rosa. Ho visto qualche balletto, ma è il mondo dietro a quel balletto ad affascinarmi e non saprei dire il perché. Forse è il fatto che da bambina avrei voluto ballare sulle punte, ma poi la scelta è ricaduta sui pattini a rotelle o, forse, semplicemente, perché le ballerine rappresentano la bellezza, l’armonia, la perfezione.
Tutto questo solo per dire che non potevo di certo perdermi questo saggio memoir di Alice Robb, ex ballerina, che ci fa entrare da una porta laterale in quel mondo che lei ha abbandonato (senza, in fondo, mai abbandonarlo). Robb ci fa vedere e capire cosa vuol dire votare la propria vita a danzare sulle punte
“La danza classica non è un universo a sé. È un laboratorio di femminilità, un mondo concepito in provetta nel bel mezzo della moderna New York, o Londra, o Parigi, in cui il tradizionale ideale di donna viene portato all’estremo. Gli aspetti che il balletto enfatizza – la bellezza, la magrezza, lo stoicismo e il silenzio, la sottomissione – sono ovunque qualità apprezzate in quanto femminili. Indagando la psiche di una ballerina possiamo comprendere le contraddizioni e le sfide con cui si confrontano oggi tutte le donne.”
Ce ne fa sentire il dolore che, di una ballerina, diventa parte, scelta, motivo di orgoglio
“Le ballerine, però, sin dall’infanzia vengono addestrate a stabilire un rapporto perverso con il dolore. Non è un segnale di stress ma motivo di orgoglio, è indicativo di miglioramento, qualcosa da ignorare se non addirittura di cui godere.”
La vita votata alla fiducia completa in chi dirige, la scelta di “non avere scelta”, lasciando ad altri ogni decisione. La vita votata a una sorta di sottomissione che diventa quasi rifugio, distanziamento da tutto ciò che resta fuori dalla danza classica
“A danza le ragazze seguivano le regole e obbedivano agli ordini. «Non pensare, cara» diceva sempre una delle maestre simulando un leggero accento russo. Stava ripetendo un famoso detto di George Balanchine in persona. Senza permesso non potevamo nemmeno andare a bere o al bagno. A fine lezione salutavamo con un inchino l’insegnante e ringraziavamo – era l’unico momento in cui ci era concesso parlare.”
Una vita dispensata da quegli “obblighi” che, nonostante l’emancipazione, riguardano ancora oggi ogni donna
“Le ballerine sono anche esentate dalla più rigida delle aspettative che pesano sulle donne: l’avere figli. Anche quando ne sono fisicamente in grado – e molte sono troppo sottopeso per avere le mestruazioni – una gravidanza comprometterebbe il loro strumento e le terrebbe lontane dalle scene negli anni migliori della loro carriera. […] Le ballerine possono sottrarsi alle responsabilità connesse al matrimonio e alla maternità e rimanere comunque femminili, anzi possono incarnare la versione più iperbolicamente femminile di sé stesse.”
Alice Robb incrocia la sua vita con quella delle sue compagne di danza, quelle amiche, quelle rivali a volte, perché il mondo della danza (possiamo ben immaginarlo) è molto competitivo. Ma ci racconta anche di grandi ballerine che hanno fatto la storia della danza classica; donne che sulle punte erano invincibili, ma che nella vita si sono ritrovate, spesso, a ricercare e replicare dolore e sottomissione.
E ci parla di corpi. Del rapporto che la ballerina ha con il suo corpo: quel dover essere sempre immagine di perfezione, di snellezza di grazia. Il cibo e le rinunce fino alla malattia, gli specchi inclementi, ma anche quel contatto fisico al quale una ballerina è abituata fin da bambina
“…ovviamente, nessuna donna può aspettarsi che il proprio aspetto sia esente da critiche. Mi piace la descrizione che Olivia Laing, nel suo Città sola, dà della femminilità come uno «straziante concorso di bellezza eterno e non consensuale». L’ossessione della ballerina per il suo corpo è solo una versione più intensa di quello che tutte le donne provano.”
Potrei parlare per ore di questo libro, a mio avviso davvero interessante e non solo per chi, come me è affascinato dalla danza classica o chi la danza classica ha frequentato; ma mi fermo qua, aggiungendo solo che Non pensare, cara, mi ha fatto davvero respirare un poco di quel mondo e, ovviamente, correre anche a cercare la foto di ogni ballerina citata e fermarmi lì per un po’ ad ammirarne quella bellezza che, certo, ho sempre immaginato nascondere un’enorme passione e del sacrificio, ma forse non avevo mai pensavo fino a che punto…
“Sin dalle primissime lezioni di baby danza a cui fui iscritta, non la smettevo di supplicare i miei genitori di farne ancora. La parte che preferivo di quelle lezioni non era il premio finale – quando ci veniva permesso di ballare liberamente, agitare le braccia immaginando di essere farfalle o uccelli – ma il tempo passato in piedi alla sbarra: quando ci veniva detto cosa fare, quando era difficile.”

