Han Kang – Adelphi – traduzione Lia Iovenitti
“Ogni fiocco cadendo sull’asfalto bagnato sembra esitare un istante. Poi, come il tono rassegnato di chi conclude tutte le conversazioni con un «già… così è…»; come il diminuendo di una musica che si approssima al finale e sfuma nel silenzio; o come la punta delle dita che si ritraggono con pudore un attimo prima di posarsi sulla spalla di qualcuno, entra in contatto con quella superficie nera e umida e subito si dissolve senza lascare traccia.”
C’è la neve in Non dico addio, c’è una neve che a tratti opprime, angoscia, circonda e ricopre il tutto, facendo perdere ogni punto di riferimento, facendo perdere la strada, rendendo tutto simile, indistinguibile. Facendo entrare il gelo nelle ossa.
Ma c’è anche la neve che pare alleggerire il dolore, lavare, diventare poesia nella letteratura di Han Kang.
Ed è neve che contrasta con il sangue, con il buio della notte. Neve che è elemento comune nei tre piani temporali utilizzati da Han Kang
“L’acqua non scompare mai, giusto? Compie un ciclo continuo. In tal caso, i fiocchi di neve che ora scendono sul mio viso potrebbero essere gli stessi dell’infanzia di In-seon. E questo mi riporta alla mente le persone viste da sua madre sul piazzale della scuola. Lascio andare le ginocchia e mi pulisco il naso e la palpebra. La neve rimasta sulla mia mano potrebbe essere la stessa che si era depositata sui loro volti.”
Neve, acqua, che nel suo “ciclo continuo” pare essere memoria di ciò che è stato, di ciò a cui le protagoniste di questa storia non vogliono dire addio.
Gyeong-ha (alter ego di Han Kang), dopo aver terminato la scrittura di un romanzo che racconta un massacro (evidente riferimento ad Atti umani), cade in una sorta di depressione: qualcosa e qualcuno ha perso, si isola da tutti ed è perseguitata da un sogno che rappresenta tronchi neri ricoperti da neve.
“Tutte le mattine, all’alba, mi siedo alla mia scrivania e scrivo la mia lettera d’addio, ogni volta da capo.”
Sta provando a scrivere il suo testamento quando un’amica la chiama perché ha bisogno del suo aiuto. È in ospedale e non può muoversi, ha bisogno che Gyeong-ha si rechi sull’isola di Jeju per salvare il suo pappagallino.
E da qua inizia un viaggio che porterà l’autrice, attraverso la sua protagonista, a raccontarci un altro massacro, avvenuto tra il 1948 e il 1949 sull’isola
“Non è una coincidenza che trentamila persone siano state massacrate a Jeju quell’inverno, e altre duecentomila nel resto del paese l’estate successiva. C’era un ordine preciso del governo americano: bisognava fermare l’avanzata del comunismo”
E qua mi fermo.
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Han Kang ci racconta ciò che, con un eufemismo, potremmo definire doloroso, ma che è molto di più. È qualcosa che va al di là del dolore, al di là dell’immaginazione, qualcosa che mi piacerebbe definire disumano, ma che, in fondo, non lo è. Qualcosa che mi piacerebbe fosse un’aberrazione inventata dall’autrice, ma che no… è stata realtà. E ha la capacità di farlo devastandoti dentro, facendo passare tutto sul tuo corpo, sul tuo sentire, ma di farlo con la sua scrittura, con quella poesia che sembrerebbe cozzare con i morti massacrati gettati gli uni sopra gli altri o portati via dalla corrente
“Di tutte quelle persone, non rimaneva niente, neppure un vestito, una scarpa! Nella notte la marea aveva ripulito il luogo del massacro fino all’ultima goccia di sangue. Per questo, mi sono detta, avevano deciso di ammazzarli proprio lì sulla spiaggia.”
Ma che in queste pagine (come già in Atti umani) sembra amalgamarsi, senza smussarne il dramma, ma anzi facendocelo percepire ancora più dolorosamente.
Se in Atti umani il racconto avveniva dall’interno, rendendolo (a mio avviso) ancora più potente e devastante, perché a parlare erano proprio quelle persone che dal massacro erano state attraversate e, in qualche modo, non risparmiate. In Non dico addio, la narrazione è quella di chi sta cercando la memoria di quello che è successo. Per capire, per sperare o, forse, semplicemente per riuscire ad andare oltre.
E ancora una volta Han Kang fa dialogare i vivi con i morti, facendoci anche dubitare di tutto, portandoci a chiedere chi sia realmente vivo e chi non lo sia più. Facendosi forse pensare che solo colui al quale si dice addio, in fondo, non è vivo. Colui o coloro che vengono dimenticati.
“Non svanire, non ancora”

