Torborg Nedreaas – La Tartaruga – traduzione Andrea Romanzi
“Nell’atrio della stazione, le voci cantavano come colpi di martello, tutti i suoni tornavano indietro e ci ricadevano intorno, intrappolandoci insieme. Forse è stato quello il motivo, e poi il suo sguardo che cercava qualcuno. Ebbi la sensazione di essere io la persona che cercava o una cosa del genere, è difficile dirlo con certezza, perché lei sembrava del tutto comune, e io non avevo bisogno di una donna, non avevo pensato a nessuna avventura quella notte. Ma qui devo fermarmi per un attimo, perché questo è un ricordo che mi è molto caro. Devo accarezzarlo un po’, e abbracciarlo, anche se può sembrare di poca importanza.”
Un uomo e una donna si incontrano alla stazione, non si conoscono, si scambiano poche parole e poi si avviano verso casa di lui e lì passeranno tutta la notte
“Ora hai la tua opportunità. Puoi scegliere. Puoi scegliere se avere il mio corpo, oppure la mia anima. Puoi scegliere.
Se non posso avere entrambe le cose, allora scelgo la tua anima.
Il corpo è molto più bello, disse lei. Ti avverto. E poi, finirò col rubarti tutta la notte se comincio a parlare.
Inizia, per favore.”
E lei inizia a raccontare quella che è stata la vita di una giovane donna in un piccolo paese tra i fiordi norvegesi. Una ragazza che a diciassette anni ha una relazione con un suo ex insegnante, relazione che l’accompagnerà e la segnerà per tutta la vita : da una parte facendo di quell’amore la sua ossessione, dall’altra facendo di lei una ragazza con una reputazione poco seria.
Siamo negli anni Quaranta (l’autrice ha scritto il romanzo nel 1947) e siamo, appunto, in un piccolo paese, dove ogni vita è spiata e deve rimanere dentro a dei binari stabiliti
“… su alla miniera e nel nostro paesino. Bisogna essere come gli altri, non bisogna stare male, non bisogna stare peggio degli altri. E non ci si deve divertire, o perlomeno non si deve far vedere che ci si diverte. Sì, è peggio di ogni altra cosa farsi vedere felici. E, soprattutto, non bisogna mai essere diversi da come si è di solito, la gente là non gradisce sorprese da parte di nessuno.”
Un paese che è “zuppa d’avena” e dove tutti sono “fiocchi d’avena”, ma dove la nostra protagonista è “granello di pepe”.
Questa storia potrebbe sembrare la “solita” storia di un amore non corrisposto o, meglio, di un amore sfruttato o trasformato in mero desiderio sessuale. Ma Il romanzo di Torborg Nedreaas è molto di più, perché è, prima di tutto, una denuncia alle convenzioni sociali
“… la lussuria diventa improvvisamente amore quando le persone si sposano.
Il prete legge un rituale, dice ‘amen’ dietro il pagamento di alcune corone che vengono chiamate tassa, e così Dio ha benedetto l’atto. In questo modo diventa un dovere. Dovere, dovere, dovere, lo capisci… per l’amore del cielo, non desiderio!”
È un romanzo politico che accusa chi vuole i poveri sempre più poveri, ed è un romanzo che racconta la consapevolezza di una giovane donna
“Chi è che ha la colpa di questa atrocità, allora? Oh, il malfattore è invisibile. Il malfattore sta nel giudizio che lapida le donne in difficoltà e nel fatto che il cibo, i vestiti, il calore e la sicurezza non dovrebbero essere una cosa ovvia per ogni singolo piccolo essere umano a cui la natura ha dato vita.”
Un romanzo che si sofferma sul problema delle nascite o, meglio, delle non nascite, degli aborti. Sulla situazione di quelle donne che non conoscono i contraccettivi e che si ritrovavano, spesso sole, a dover affrontare ciò che non avrebbero mai voluto dover affrontare e nei modi più atroci anche…
“Se si trattasse soltanto di me, tutta questa storia sarebbe insignificante. Non c’è niente di strano in me, nulla di particolarmente interessante, degno di nota o unico che possa raccontare su me stessa. No, perché questa cosa mi ha colpito un po’ alla volta, ossia il fatto che questa storia è la storia di migliaia di donne, è una storia di legge, ma una legge mostruosa che esercita violenza contro le leggi stesse della natura.”
Un romanzo doloroso quello di Nedreaas, una storia che ha il ritmo di un racconto fatto a un estraneo, tra alcol e sigarette (tante sigarette, il fumo te lo senti addosso quando hai finito la lettura): un ritmo, fatto anche di ritorni, di ripetizioni e di salti temporali, capace di regalarci perfettamente la voce di una donna, il suo desiderio di aggrapparsi alle parole e tutta la sua disperazione.
“Ma ti ho detto: ho sempre cercato la bellezza. Ma è come se quello che chiamo bellezza non volesse saperne nulla di me.
È questa la mia prigione. Non sono mai riuscita a liberarmi da ciò che era brutto. Forse mi sono portata dietro le catene quando mi sono liberata dalla prigione della mia famiglia.”

