Nero Ananas

Valerio Aiolli – Minimum Fax

“Mio padre disse che lui e la mamma erano passati attraverso la ricostruzione di un paese che era stato completamento distrutto.
Ma distrutto da chi, domandò mia sorella.
Era una di quelle domande che la maestra Quercioli ci aveva spiegato che si chiamavano domande retoriche, cioè domande a cui non si dove rispondere. Infatti fu lei stessa a rispondersi. Disse che l’Italia era stata distrutta da una dittatura che i loro genitori – i genitori di mio padre e di mia madre, cioè i nonni – avevano accettato come pecore, senza rendersi neanche conto di ciò di cui stavano andando incontro.”

Nero Ananas inizia il 12 dicembre del 1969, una data entrata a far parte della storia di quell’Italia che, per gli anni successivi, si ritroverà ad essere attaccata, ferita, insicura. L’Italia degli Anni di Piombo, degli attentanti, delle stragi. Nero Ananas ci racconta gli anni che vanno appunto dalla fine del 1969, dalla strage di Piazza Fontana al maggio del 1973, all’attentato alla Questura di Milano.

Ma Valerio Aiolli sceglie di farlo attraverso gli occhi di Calimero, un bimbo che ha più o meno l’età che aveva Aiolli in quegli anni; un bimbo che vive gli eventi, prima ascoltando le interminabili discussioni tra il padre e la sorella attorno al tavolo dei pasti, poi attraverso la sparizione di quella sorella che lui non smetterà mai di voler trovare

“A casa a volte mi annoiavo. Mi annoiava il babbo, con quella sua visione della vita così allineata, conformista. Che beve le notizie come gliele porge il sistema, senza mai farsi una domanda che sia una. Mi annoiava la mamma, con quella sua pretesa che ogni conflitto fosse ricomponibile, che bastasse guardarsi negli occhi e stendersi la mano per far pace e ricominciare a camminare insieme. Senza il coraggio di ammettere che ci sono cose inconciliabili, che gli interessi divergono in modo a volte necessariamente lacerante. Gli unici che non mi annoiavano eravate tu e zia Caterina.”

Poi con la consapevolezza, la lettura dei giornali, il suo guardarsi intorno per cercare di capire e magari anche di solcare il vuoto di quelle discussioni provando a instaurare un dialogo con il padre.
Per poi arrivare ad ammettere che, alla fine, un poco ci si abitua a tutto, che alla fine bisogna andare avanti

“Io, senza farmene accorgere, tirai un sospiro di sollievo. E cominciai a capire che, qualunque cosa succedesse al mondo – che fosse la sparizione di mia sorella, o l’attacco di Settembre Nero a una trentina di atleti israeliani inermi teoricamente protetti da trentamila poliziotti tedeschi . Il mondo, superato il primo momento di smarrimento, riprendeva ad andare avanti.

Provai nello stesso istante conforto e profonda malinconia di fronte a questa scoperta. Sopravvivere a qualsiasi cosa era rassicurante, ma tagliava via una grossa fetta di giustizia, e forse anche di bellezza, dall’esistenza.”

Ma il romanzo di Aiolli è un romanzo corale, dove ogni capitolo ha un suo respiro e un suo protagonista. Parallelamente al racconto di Calimero, narrato in prima persona, dal di dentro quasi; avanza quello dell’anarchico senza nome, al quale il narratore si rivolge in seconda persona, prendendo una distanza che distanza non è, chiacchierando quasi con lui, quasi in una sorta di indagine, di tentativo di capire forse.

“Sei un comunista, sei un informatore, sei un ladro, sei un alcolizzato, sei un drogato, sei un finocchio. Ma dentro di te sai di essere una cosa sola. Un anarchico individualista. Un uomo che vorrebbe una società libertaria. Da raggiungere attraverso la rivolta individuale. Pensi che se tutti, in ogni momento, si ribellassero al potere, ogni forma di gerarchia crollerebbe. E gli uomini sarebbero obbligati (sì, obbligati) a convivere nella libertà.”

Infine ci sono gli altri, i politici, i personaggi che quegli anni hanno marchiato e caratterizzato; quei personaggi ai quali Aiolli sceglie di dare un soprannome, in modo che il lettore possa scegliere se indagare fino a fondo, cercano a chi quel soprannome riconduca, o andare avanti facendosi trascinare o, forse, illudendosi che si tratti di pura fiction.

E ci sono quegli anni lì, quegli anni che ora io mi sono messa in testa di approfondire, perché un poco c’ero, dato che sono durati ben oltre il 1969 o il 1973, ma ero ancora più piccola di Calimero io.