Chriss Offutt – Minimum Fax – traduzione di Roberto Serrai
«A volte non so che ci sto a fare qui», disse.
«Non lo sa nessuno», risposi. «Qui quasi tutti aspettano di morire e basta».
(Segatura)
E questo luogo dove si aspetta solo di morire sono le terre di nessuno di Chris Offutt, sono le colline del Kentucky, sono i boschi dove pare esserci sempre qualcosa di nascosto, che sia un orso che sia un’antica levatrice che pretende che una promessa venga mantenuta. Sono luoghi che nessuno conosce (io confesso di aver cercato il Kentucky su Google…) nei quali nessuno vorrebbe mai andare, ma da dove, se lì sei nato, è difficile (se non impossibile) andarsene
“William ricordò che suo padre e suo nonno tornavano a casa a piedi dalle miniere seguendo proprio quel torrente, e all’improvviso fu contento di non avere figli maschi. La responsabilità verso quella terra se ne sarebbe andata con lui. Le vite degli uomini passano a sprazzi, tra lavoro, bevute e una morte rapida, mentre le donne si logoravano più lentamente ma senza interruzioni, come la sponda di un fiume subito prima di un’ansa.”
(Coda di cavallo)
E i personaggi di Offutt sono duri, rozzi a volte, con una corazza costruita giorno dopo giorno da una vita fatta di stagioni che si inseguono senza, in fondo, portare molto di diverso dall’abitudine, dagli stenti a volte, da quel dolore che gli uomini (e le donne) di Offutt accolgono come parte naturale dell’esistenza.
Personaggi che sembrano vivere in un far west dove la vita vale poco, dove si può ammazzare un uomo, o farsi ammazzare, anche per una semplice rissa, dove si beve molto e dove si può sparare a un cane solo per proteggere un segreto,
“I cani lo seguirono mentre saliva sulla collina, guardando gli alberi caduti e pensando alla legna per l’inverno. Le ombre si rincorrevano sul pavimento del bosco. Quando si avvicinò a un albero di noce, i cani si misero a uggiolare, con gli occhi scuri pieni di paura. Caricò il fucile, e i cani tornarono verso casa tra i guaiti. Ricordò la voce del nonno, che da ragazzo gli raccontava le storie dei contrabbandieri di whisky.
«Porta i cani fino a un albero, dove vuoi che non ti seguano più», gli aveva detto il vecchio. «Fai annusare il fucile a tutti. Poi ammazzane uno. Dopo, gli altri non ti serviranno più a nulla se vorrai andare a caccia, ma non ti porteranno nemmeno gli sbirri alla distilleria. Io l’ho fatto un sacco di volte».”
dove si attraversa la strada sempre con un fucile al seguito e si vive dove hanno vissuto prima i nonni e poi i padri. Personaggi quelli di Offutt, uomini soprattutto, ma anche donne, rassegnati alla vita e che accettano come parte di essa ogni morte, ogni perdita, ogni rimpianto. Che sembrano aver perso la fede in ogni cosa,
“Non si può dare la colpa alle colline per quello che ci succede in cima. Qualcuno incolpa Dio, ma non credo che lui si preoccupi troppo di cosa succede lassù”
(Luna calante)
Ho chiuso questa raccolta di racconti di Offutt chiedendomi cosa deve avere un racconto per essere bello (e questi lo sono parecchio); mi sono risposta che oltre, ovviamente, a essere scritti bene, ad avere dei personaggi capaci di scalfire e lasciare il segno, devono darti la sensazione che tu lettore non vuoi sapere oltre, nulla in più di ciò che è stato scritto; devi sentire che il punto esatto in cui lo scrittore ha scelto di interrompersi è quello perfetto. A te non serve un seguito, e non importa se tutto non è successo e se i personaggi continueranno ad andare avanti, non importa se il racconto è una pennellata fatta di poche ore o di pochi giorni, a te è bastato quello: un frammento con dentro il tutto.
Nelle terre di nessuno è il cinquantunesimo #librovagabondo , il consiglio di Azami di Ivrea (TO)

