Nella polvere

Lawrence Osborne – Adelphi – traduzione Mariagrazia Gini

“Il sole picchiava forte; la strada era lunga, bordata da pietre e aranci, e al di sopra spuntavano le baraccopoli sui fianchi delle alture, i caseggiati dozzinali, le antenne che decorano tutti i quartieri delle classi medie. Impossibile vederne l’inizio e la fine. Del mare c’era solo il sapore.
Tutto era polvere.”

Un titolo che dobbiamo alla traduzione italiana e che, a mio avviso, è migliore dell’originale. Perché in questo romanzo la polvere è ovunque: è quella che arriva dal deserto, la sabbia, è quella che tutto copre e, forse, molto nasconde. A lei viene data la colpa per l’incidente che dà il via a questa storia, l’evento che fa cambiare gli eventi e anche molto nelle vite dei protagonisti. L’evento che li costringe a fare i conti con le proprie responsabilità, ma anche con le loro insoddisfazioni, quelle di una coppia ormai stanca, piena di nevrosi e di litigi

“Di tanto in tanto Jo si chiedeva se lo odiasse davvero. Ecco, rifletteva, quell’odio irrequieto, perfetta contraffazione dell’amore esausto che si disperde. Un uomo si può odiare anche solo perché lo si è lasciato entrare e poi non ha fatto quel che doveva”

Ma la polvere è anche, metaforicamente, ciò che nasconde il non detto, i segreti, i tradimenti, i pensieri e, per estensione, la verità tutta

“La bugia sarebbe stata molto peggio dell’incidente vero e proprio. Molto peggio, decise. Perché un incidente non è colpa di nessuno, mentre una menzogna è lo specifico errore di una persona, dato che è premeditata.
È un atto voluto ed è più difficile da perdonare di qualsiasi altra cosa.”

Tutto parte da un incidente, dalla macchina con a bordo David e Jo che travolge un giovane venditore di fossili. Tutto parte dalla morte di quel ragazzo e da David e Jo che si caricano il cadavere in macchina portandolo alla festa verso la quale sono diretti: nella villa di una ricca coppia di omosessuali (un americano e un inglese) che ogni anno riunisce un gruppo di (diremmo) vip per bere, mangiare, far uso di droghe e di sesso. Siamo in Marocco, siamo in un antico villaggio marocchino, dove agli occhi dei locali quegli stranieri sono visti come infedeli.

Osborne parte da questo per raccontarci una storia di scontro tra due popoli molto diversi, tra culture differenti, che diventa anche scontro tra due classi sociali. Ci parla di pregiudizi e di colpa, ci fa addentrare passo dopo passo verso una verità più grande o, forse, solo altra da quella che immaginavamo o che si aspettavano i suoi attori; lo fa incollando il lettore alla pagina, facendolo trattenere il fiato davanti a un coltello che non sa se agirà o a un tradimento che non sa si concretizzerà.

“Pensò a sua moglie che dormiva nel letto di Azna: non si era ancora alzata. Immersa nei sogni, si rigirava. Pensò alla sua pelle che il mattino aveva l’odore della polvere delle biblioteche; ai capelli umidi color paglia abbandonati sul cuscino, dove gli piaceva baciarli. Stabilì che dopo non le avrebbe raccontato questo viaggio. Anzi, si era già imposto di portare nella tomba tutto quel che sarebbe accaduto a Tafal’aalt, fosse anche stato più grave di quel che poteva immaginare adesso.”

E lo fa con una scrittura magistrale, che a me ha ricordato quel Peter Cameron che amo tanto. Anche qua i dialoghi sono perfetti, ma lo è un poco tutto…

Là dove basta una mossa sbagliata a far scattare una scintilla, a far emergere quel disprezzo che i locali hanno verso quegli stranieri ricchi e incuranti di tutto se non di evitare di rovinare la festa agli invitati, Osborne indaga la colpa, la colpa e il perdono. E spinge il lettore a chiedersi se alla fine non siano colpevoli un poco tutti e tutto, persino quell’immagine di sfarzo gettata in faccia a chi vive pulendo e vendendo fossili, mentre sogna una via di fuga, che sia Casablanca o Parigi.

Leggete Lawrence Osborne, fatevi un regalo!