Jina Khayyer – Iperborea – traduzione Silvia Albesano
“L’Iran è un gatto. L’orecchio sinistro segna il confine con la Turchia, sulla punta dell’orecchio sinistro c’è l’Armenia, sull’orecchio destro l’Azerbaigian, se il gatto si volta verso destra, l’orecchio si immerge nel Mar Caspio; la schiena si allunga fino ai confini con il Turkmenistan e l’Afghanistan, in prossimità della zampa posteriore destra inizia il Pakistan, sotto la pancia il Golfo di Oman si infila nello stretto di Hormoz e poi nel Golfo Persico, nel suo cuore batte il deserto, il più caldo della Terra. Davanti al petto c’è l’Iraq.”
Jina è il nome dell’autrice di questo romanzo
Jina è il nome della sua protagonista e, anche lei come l’autrice è nata e vissuta sempre in Europa, pur avendo origini iraniane.
E Jina è anche il nome della ragazza che nel 2022, in Iran, verrà uccisa dalla polizia morale, perché non portava il velo, dando così il via alla rivoluzione delle donne. Jina Mahsa Amini.
“Leggo che Jina è un nome curdo e significa «Colei che dà la vita».
Leggo che Colei che dà la vita è morta.
Leggo che Colei che dà la vita avrebbe compiuto ventitré anni tra cinque giorni.”
Parte proprio da questo orrendo assassinio la storia di Nel cuore del gatto. Parte da lì quello che sarà un viaggio tra il passato, l’Iran del 2009 (un attimo prima di un’altra rivoluzione), ma anche l’Iran del 1979 e del suo dopo.
“Fino al 1979, fino alla Rivoluzione islamica, in Iran c’erano centinaia di vigneti, oggi non ne è rimasto neanche uno. Gli ayatollah hanno sradicato e cacciato via perfino le viti […] Cancellano la nostra storia. Non c’è un derviscio, un poeta, un sufi che non canti il vino, Hafez, Sadi, Rumi, Khayyam, nelle fiabe nelle favole, in tutte le storie si beve vino nelle solennità. […] tutto il mondo pensa che noi iraniani non beviamo perché va contro la nostra fede religiosa, perché i mussulmani non possono bere vino… ma noi non beviamo perché gli ayatollah ce l’hanno proibito.”
E l’Iran del 2022, quello del presente, in cui Jina raccoglie le informazioni su ciò che sta avvenendo attraverso i social, attraverso le telefonate con la sorella e la nipote che in Iran vivono, attraverso i video che la nipote le farà avere, perché si sappia.
Perché l’Iran e le sue donne non vengano dimenticati.
“Il nostro corpo appartiene a nostro padre, a nostro marito, allo stato, e il nostro unico compito è la maternità.”
Se il romanzo di Jina Khayyer si apre e si chiude con la rivolta del 2022, gran parte del romanzo si concentra però in quel 2009 in cui Jina, la nostra protagonista, incontra per la prima volta l’Iran; Roya, sua sorella, vive là e, per farle conoscere la sua terra di origine, le organizza un vero e proprio viaggio nel cuore del gatto, nel cuore dell’Iran, un viaggio fatto di luoghi, di tradizione e di storia.
“In Iran ci sono molti popoli, so che tutti persiani sono iraniani ma non tutti gli iraniani sono persiani, anche i curdi, beluci, armeni, azeri, afgani, turkmeni, lori, assiri sono iraniani.”
Un Iran del quale Jina si innamora, pur percependo la paura,
«Se vivi costantemente nella paura», dice lei, «non la trovi più tanto spaventosa. È come respirare. Respiri, ma non pensi che stai respirando.»
pur sentendo che la libertà che è abituata a dare per scontata, lì è solo una speranza e, specialmente per le donne, una mancanza
“In Iran è prezioso quel che manca.”
Nel cuore del gatto è un romanzo che ci racconta l’Iran, ci parla delle sue rivoluzione,
“In Iran ci sono solo due possibilità, o ti mordi la lingua o ti piazzi di fronte alla morte e gliela mostri.”
di sottomissione e di tutto ciò che c’era e ora non c’è più. È un libro che parla di corpo, quello femminile
“è folle che in un paese che dà tanta importanza al corpo, in questo Iran di oggi il corpo sia proibito, la DANZA sia proibita.”
e di lingua,
“La nostra lingua è piena di bellezza e allo stesso tempo di brutalità.”
di patria, di espatriati e di nostalgia
“… questa nostalgia della patria faceva male, è come una pena d’amore, un lutto, ti struggi per una perdita irreparabile, non siamo fuggite volontariamente, nessuno fugge volontariamente.
[…]
eravamo divise tra il desiderio di vivere libere e la nostalgia per il nostro paese.”
e un romanzo capace di fare viaggiare (e arrabbiare anche) il suo lettore.

