Motel life

Willy Vlautin – Jemenez – Traduzione Gioia Guerzoni

“La sfortuna si abbatte sulla gente ogni giorno. È una delle poche certezze nella vita. È sempre pronta, sempre lì, in attesa. La cosa peggiore, la cosa che mi terrorizza di più, è che non sai mai chi colpirà né quando. Ma quel giorno, vedendo le braccia congelate del ragazzino sul sedile della macchina, capii che la sfortuna era venuta a farci visita. E noi ce l’eravamo legata ben bene sotto i piedi, come un blocco di cemento. Avevamo preso la decisione in assoluto peggiore. Scappare. Misi in moto la decrepita Dodge Fury del 1974 di mio fratello e via.”

Vivono una vita sfortunata Frank (il nostro narratore) e suo fratello Jerry Lee. Vivono una vita non molto migliore le persone che intorno a loro ruotano: malattia, prostituzione, alcolismo e, sopra ogni cosa, la paura o la sensazione di essere dei falliti. E i motel di questa storia, come ci svela lo stesso Vlautin (se non lo avessimo già compreso) rappresentano proprio il fallimento, il modo di vivere di chi non intende più provarci.

“«Non sei un perdente, figliolo, ma se continui a comportarti da perdente non so cosa può succedere. O solo questo da dirti: non devi prendere decisioni pensando che sei un ladruncolo, prendile pensando che sei un grand’uomo, o perlomeno un buonuomo. E non fare il coniglio. C’è tutto un mondo là fuori. Se non apri gli occhi non lo vedrai mai.»”

Frank e Jerry Lee hanno perso tutto: la famiglia, i soldi, la casa, Frank anche una ragazza, Jerry Lee una gamba. Ma non hanno perso il loro essere leali l’uno all’altro l’altro, il loro essere una famiglia, il loro essere, in fondo, delle brave persone. Così la sera in cui Jerry Lee investe un ragazzo uccidendolo è ovvio che Frank lo aiuti a scappare, anzi che lo accompagni in questa fuga. Ma è anche certo che Jerry Lee non finirà mai di essere tormentato dal rimorso, dal senso di colpa e che questo detterà le sorti della storia.

Willy Vlautin ci racconta  una storia on the road, tra motel e alcol; tra scommesse, gioco d’azzardo, concessionarie di auto e lavori precari. Una storia molto americana (come lo è lo stile scarno e diretto), sempre in bilico tra la speranza e la resa.

 “«Secondo te è sbagliato che io voglia vivere anche se ho ucciso il ragazzino?»
«No» risposi.
«Voglio innamorarmi e voglio che qualcuno si innamori di me» mormorò.”

Una storia di disperazione, di povertà e di espedienti. Una storia ai margini, dove la neve e il freddo sembrano rendere ancora più avversa, con i nostri protagonisti, la vita tutta.

Una sorta di Thelma e Louise al maschile, ma forse una di quelle storie alle quali ci ha abituati molto cinema americano. La storia di una fuga vera o immaginata, perché un modo per evadere dall’orrore di una vita che sembra sempre voler colpire duro (oltre che nell’abuso di alcol) i nostri protagonisti paiono trovarlo: Jerry Lee in quei disegni di insegne di motel o di donne nude che appende sui muri, mentre Frank

“«Però c’è una cosa che potresti fare, potresti raccontarmi una storia, come quelle che racconti a Jerry Lee».
«Di che cosa vuoi che parli?»

Rimase in silenzio per un po’ e poi disse: «Potrebbe essere su noi due su un’isola in mezzo al Pacifico. Nuotiamo tutto il giorno e dormiamo sulla spiaggia, al sole. Come in James Bond, capito? Come quel film in cui è sull’isola, quello che abbiamo visto l’altra sera. Se ci riesci, potresti raccontarci così».”

Lo trova così, come Valentin e Luis i due protagonisti de Il bacio della donna ragno, raccontando storie e portando se stesso e chi lo ascolta altrove.

«… Quello che devi fare è pensare alla vita che vuoi, pensarla nella tua testa. Trasformala in un posto in cui vorresti essere: un ranch, una casa su una spiaggia, un attico in cima a un grattacielo. Non importa cos’è, basta che sia un posto in cui puoi rifugiarti. Quando le cose si mettono male, ci vai. E se trovi un posto ma non funziona più, lo cambi. Lo cambi a seconda della situazione, a seconda del tuo umore. Vedila così, sarà il tuo portafortuna. Inventati un posto in cui stai bene, che ti dà forza, che nessuno può portarti via»