Molto mossi gli altri mari

Francesco Longo – Bollati Boringhieri

“Sono stati tutti convocati dal mare, dalla promessa di una mareggiata epica che ha richiamato anche chi non si vedeva più da anni; noi che solo uno schiocco di dita fa eravamo quei bambini con i braccioli gialli, con madri  intente a convincerci a uscire dall’acqua. La spiaggia dove godevamo a farci torturare dalle onde di fine estate è a sud del promontorio, è la Baia di Santa Virginia, sul versante opposto rispetto al Mariner. Lì abbiamo trascorso tutte le nostre estati. Lì l’infanzia era una cosa sola con la sabbia. Lì il mare ci ha forgiati.”


Dopo aver terminato questo romanzo, che mi sono ritrovata non so perché, nel senso di non so seguendo il consiglio di chi, nella lista dei desideri, sono andata a leggere un po’ di commenti e, tra gli altri, positivi e negativi, ho trovato (oltre alla candidatura allo Strega, che ignoravo): “Bellissimo!” e qualcosa di simile a “Ha il respiro del romanzo classico”.

Premettendo che non so bene cosa si intenda con “il respiro del romanzo classico” a me viene da dire che in questo libro ciò che posso collegare a qualcosa di classico è Micol, il nome della ragazza della quale si innamora il protagonista, che mi riporta a un giardino di ben altra narrazione.
Ma veniamo al tanto abusato Bellissimo!, aggettivo anzi superlativo che io tendo a usare molto poco, specialmente dopo aver definito bellissima Arezzo e aver avuto come risposta: Ma se Arezzo è bellissima, cos’è Venezia? Ecco appunto… Ma tutto questo, ovviamente, è soggettivo.

Molto mossi gli altri mari, a mio avviso, odora di già sentito in troppe narrazioni, in troppi film dove amici ed estate paiono fare rima; troppo vissuto anche sulla mia stessa pelle. Ho ritrovato l’attesa dell’estate della vacanza, la malinconia di quell’attesa, la sensazione che tutto ciò che viene prima o dopo l’estate sia un semplice trascorrere del tempo. Ecco questo Francesco Longo riesce a renderlo molto bene, e lo fa attraverso gli occhi di Michele, il nostro protagonista che abita un luogo di mare, anche quando quel luogo si spopola dai turisti e dagli amici che ogni estate ritornano. E da, appunto, Micol.

“Pedalai fino al Mariner. Pedalai mentre già cadevano le foglie autunnali. Pedalai con l’odore di Sidol rimasto sulle mani, l’odore che non era più andato via da quando a Natale avevo strofinato il periscopio di un sottomarino. Pedalai, vidi sottili falci di luna gonfiarsi in lune piene e poi svuotarsi in cielo, fino a sparire di nuovo, una luna alla volta. Pedalai sotto la luna piena della notte di Pasqua. Pedalai, senza mai fermarmi, fino all’estate successiva. Mi fermai solo quando rividi Micol soppesarsi le punte dei capelli sull’asciugamano, un anno dopo.”
Da quell’amore fatto di non detto e di rimpianti. Longo rende bene questa malinconia, rende bene l’amore per il mare
«Di una cosa sola tu puoi essere geloso: del mare»

e l’attesa di una tempesta in arrivo, questo lo riconosco. Ma per il resto i personaggi non sono molto caratterizzati, a volte diventano quasi macchiette (il bello che si mette insieme alla bella, per dire); mentre sono descritti (anche troppo) abiti e sandali, quando forse sarebbe bastato meno.
Un libro da ombrellone? Forse sì data l’ambientazione, un libro scritto anche bene, ma che di emozioni ne “agita” poche a mio avviso.