Modi di tornare a casa

Alejandro Zambra – Sellerio – traduzione Bruno Arpaia

“Claudia aveva dodici anni e io nove, perciò la nostra amicizia era impossibile. Tuttavia fummo amici o qualcosa di simile. Parlavamo molto. A volte penso che scrivo questo libro solamente per ricordare quelle conversazioni.”


Cile, 3 marzo 1985: la notte del terremoto. La notte in cui il protagonista e voce narrante di questa storia conosce Claudia.
Claudia, che poco dopo gli chiederà di spiare suo zio che è anche il vicino di casa del nostro protagonista: sarà questo il loro segreto, un segreto che per quel bambino resterà un mistero per molti anni.
Sullo sfondo, nel sentire del bambino, la dittatura di Pinochet (perché, come ho avuto già modo di dire, difficilmente un romanzo cileno non ha riferimenti a quel triste loro periodo)


“Quanto a Pinochet, per me era un personaggio della televisione che conduceva un programma senza un orario fisso, e lo odiavo per questo, a causa delle sue noiose emittenti nazionali che, con i suoi discorsi, interrompevano la programmazione nei momenti migliori. Tempo dopo lo odiai perché era un figlio di pu//ana, un assassino, ma allora lo odiavo per quegli show intempestivi che mio padre guardava senza dire una parola, senza regalare altri gesti se non aspirare più forte la sigaretta, perennemente cucita alla bocca.”


Ma questa è anche la storia del reincontro tra il protagonista e Claudia, vent’anni dopo. Un reincontro che svela alcuni misteri e trasforma in qualcosa d’altro la loro amicizia


“Ma non è amore quello che ci unisce. Oppure è amore, ma amore per il ricordo. Ci unisce il desiderio di recuperare gli episodi dei personaggi secondari. Scene scartate a ragione, non necessarie, che tuttavia incessantemente collezioniamo.”


Un incontro fatto di dialoghi, di domande, di ciò che si sono persi in quegli anni che hanno attraversato con l’innocenza dei bambini

 

“Gli anni Novanta sono stati gli anni delle domande, pensa Claudia, e subito dopo dice scusa, non mi va di sembrare come quei sociologi mezzo ciarlatani che a volte vanno in televisione, ma quegli anni sono stati proprio così: mi sedevo a parlare per ore con i miei genitori, chiedevo dettagli, li costringevo a ricordare, e poi mi ripetevo quei ricordi come se mi appartenessero. In un modo terribile e segreto, cercava il suo posto in quella storia. […] Domandiamo per riempire un vuoto.”


Un modo per tornare a casa, per guardare quei loro luoghi che casa saranno per sempre, con l’occhio della consapevolezza


“Arriviamo allo Stadio Nazionale. Per me il più grande centro di detenzione del 1973 è sempre stato nient’altro che un campo di gioco. I miei primi ricordi sono semplicemente sportivi e spensierati. Sono anche sicuro che, sulle gradinate di quello stadio, ho mangiato i miei primi gelati.”


Modi di tornare a casa è un romanzo di formazione con una struttura non lineare, un romanzo di formazione scritto da Zambra, con il suo modo diretto di strizzare l’occhio a chi lo legge, di farlo entrare nella storia attraverso un dialogo più o meno dichiarato. Di rendersi e renderci protagonisti di ogni sua opera.
Ma questo libro è anche il racconto di chi questa storia sta raccontando: lo scrittore (Zambra?),


“Procedo lentamente con il romanzo. Passo il tempo pensando a Claudia come se esistesse, come se fosse esistita. All’inizio avevo dei dubbi persino sul suo nome. Ma è il nome del novanta per cento delle donne della mia generazione.”


con una relazione che sta finendo e il tentativo di indagare qualcosa attraverso la scrittura appunto


“Leggere è coprirsi la faccia. E scrivere è mostrarla.”


e, ancora una volta, di tornare a casa…
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Amo Zambra, amo il suo stile unico e riconoscibile sempre, amo il suo modo di lasciarmi un poco orfana ogni volta che termino di leggere ciò che ha scritto.
E amo questa citazione di Roman Gary riportata in Modi di tornare a casa:


«Non so parlare del mare. L’unica cosa che so è che mi libera immediatamente da tutti i miei doveri. Ogni volta che lo guardo mi trasformo in un annegato felice»..