Guðrún Eva Mínervudóttir – Iperborea – traduzione Silvia Cosimini
“Sul volto di Aron vidi di nuovo quel sorriso solare che mi fece pensare che in qualche modo alla fine per lui sarebbe andato tutto bene”
Aron è un bambino e irrompe in vari modi nella vita delle tre voci narranti di questa storia nordica. Tre voci narranti, tre personaggi, che stanno vivendo momenti particolari della loro vita.
Hanna è un’adolescente che non ha un buon rapporto con il cibo, ma forse non solo con quello
“Anche se dall’aspetto fisico non si notava, avevo già cominciato a sbocciare. A modo mio. Ogni volta che le persone mostravano la loro natura contraddittoria io maturavo e diventavo un pochino più adulta. Sotto la superficie ferma prendeva forma la mia capacità di comprendere. Niente a che vedere col giudicare gli altri, secondo me. Era solo un metodo per sopravvivere”
Arni ha una gamba che non dovrebbe più avere, un cane amico di lunghe passeggiate e un amore non ricambiato.
Borghidur è rimasta vedova troppo presto
“Da allora mi sento come un sacco pieno di schegge di vetro. Non sento il bisogno di piangere o di lagnarmi ma mi fa male ogni parola, ogni passo”
Sullo sfondo una cittadina dove tutti si conoscono, ma dove ognuno pare farsi i fatti suoi, non creando comunità, non creando supporto sociale. E spetterà proprio ad Aron creare questo genere di legame, facendo nascere in ognuno di questi attori il desiderio di aiutarlo, di stargli accanto e magari anche di regalargli una bicicletta. Perché ovviamente anche Aron ha i suoi problemi: un padre che lo ha abbandonato e non lo vuole tra i piedi perché deve occuparsi di altro e una madre depressa che ha appena tentato il suicidio
“Non avrei mai parlato così con i miei figli quand’erano piccoli, ma gli eventi degli ultimi mesi mi avevano cambiata. Mi sembrava stupido fingere che la morte non esistesse. Questo povero bambino aveva appena pianto tutte le lacrime che aveva perché credeva che sua mamma se ne fosse andata per sempre. Era naturale parlare con lui di suicidi non riusciti. Raccontargli storie di suicidi a lieto fine”
Un romanzo che tocca argomenti delicati con la delicatezza tipica della letteratura nordica. Perché tra le pagine oltre ai temi già citati trova spazio anche una donna percossa con violenza e il ritrovamento di un cadavere. Tanta roba per un panorama come l’Islanda
“Era strano, ma anche se il sentiero era lo stesso e anche gli alberi erano gli stessi, le cose erano completamente diverse. Niente era sicuro, ormai. Poteva succedere di tutto. Anche in Islanda. Anche in campagna. Non riuscivo a dirmi convinta che il mondo fosse altrove e il nostro paese fosse esonerato dal vero orrore.”
Metodi per sopravvivere, oltre ad avere una delle copertine più spettacolari di sempre, è un romanzo che potrei definire di speranza, quasi lenitivo (e questo nonostante i temi di cui sopra). Un romanzo che ti fa venire voglia di invitare tutti i personaggi a cena sotto al portico, per fermarti un poco a chiacchierare di cose senza importanza. Un romanzo che, però, a mio avviso, avrebbe avuto bisogno di continuare ancora un poco.

