Saleem Haddad – E/O – traduzione Silvia Castoldi
“Un pomeriggio ero nel vecchio porto di Dubai e ho preso un taxi d’acqua per passare da una sponda all’altra del fiume. Lungo il tragitto ho visto un gruppo di pescatori dell’Asia meridionale a bordo di una barca. Quando ci siamo incrociati ho chiesto loro da dove venissero. Hanno fatto un gesto vago verso il mare e hanno detto: «Da tutte le parti». Ci penso spesso.
[…]
Mi ha fatto venire in mente noi due, dice mia madre. Non ricordi quanto abbiamo girovagato? Siamo così anche noi, apparteniamo a ogni luogo e a nessuno.”
Tre sorelle, la loro madre e il figlio di una di loro, sono i protagonisti dell’opera di Saleem Haddad, scrittore nato in Kawait, ma che porta nel sangue la miscela di quattro nazioni: Palestina, Libano, Iraq e Germania (per non parlare dei molteplici luoghi nei quali è vissuto).
Tre sorelle molto diverse tra di loro: Ishtar, la maggiore, la più creativa di tutte, la bellissima Zainab e Mediha, la più piccola e la più pragmatica. Tre sorelle nate dall’amore tra l’inglese Bridget e l’iracheno Haydar, entrambi artisti.
«Potremmo raccontare la tua storia, mamma. La storia di tutte le cose che avete fatto tu e Baba». […] Zainab si rivolse a Ishtar. «Immagina: una mostra che riunisce le opere perdute di mamma e Baba. Una storia d’amore tra Oriente e Occidente, tra una donna britannica e un uomo iracheno che si innamorarono nella Londra del dopoguerra e si trasferirono a Baghdad negli anni cinquanta per dare vita a uno dei movimenti artistici più influenti della storia irachena moderna!»
Tre sorelle che non si frequentano più molto, tenute lontane un po’ dalla distanza geografica, un po’ da alcuni segreti del passato, un po’ forse dal quel loro essere così differenti che le ha portate a scegliere vite altrettanto differenti.
Tre sorelle e una madre che ora si devono riaffrontare perché dal passato è riemersa l’eredità del padre/marito: i suoi quadri.
Tre sorelle, una madre e Nizar, il figlo di Zainab, che, reduce dalle sue esperienze di reporter di guerra e dalla fine di una relazione, si ricongiunge a sua volta alla famiglia.
Memorie del diluvio, come dice già il titolo e la citazione a introduzione della prima parte del romanzo
«Niente distingue i ricordi dai momenti ordinari.
Solo in seguito essi rivendicano il diritto a essere ricordati, quando mostrano le loro cicatrici»
La Jetée
è un libro che fa della memoria, nel bene e nel male, il suo fulcro.
“Siamo diventati una cultura di ricordi. I ricordi possono impedirci di esistere, anche se restano indispensabili per esistere. È facile vivere nel passato. Più difficile è usare il passato per immaginare un futuro.”
La storia che si svolge nel 2014, ma non può non affondare le sue radici in ciò che è successo prima: negli anni Cinquanta e nell’amore tra Bridget e Haydar, nel movimento artistico al quale daranno vita a Baghdad (il tutto ispirato alla storia vera di una coppia di artisti realmente esistita – ma, come ci dice Haddad stesso, l’opera resta opera di fantasia). Ma anche nell’infanzia delle tre sorelle, nel loro passato più prossimo. Nei ricordi più intimi che ognuna custodisce in modo diverso
“Vedo mio padre nel suo laboratorio. Anzi, sento il suo odore: sigarette, trementina e una colonia dolce, strana. Ho sei anni e lo guardo disegnare la barca che ha promesso di costruirmi. Mi chino oltre la sua spalla mentre annota le dimensioni: cinquanta centimetri da prua a poppa, una vela di trenta per venti e una larghezza di quindici. Gli dico che la voglio dipinta con i colori della bandiera irachena e lui dice che la chiameremo “Ishtar”, come me.”
una storia fatta di chiaroscuri, come ogni storia in fondo è
“Una delle prime cose che mio marito mi ha detto quando ci siamo incontrati è che la luce può esistere solo in presenza dell’oscurità. La regola vale per l’arte come per la vita: per creare luce, bisogna proiettare un’ombra.”
e, fatta di quell’arte che diventa memoria e salvezza
“Fin dall’inizio è stata la nostra arte a salvarci.”
Ma una storia dove, alla fine, è il viaggio, il ritorno in Iraq, il ricongiungersi con il passato e con la Storia (con la S maiuscola che in questo romanzo è presenza costante, ma non invasiva) a salvare veramente, a far ritrovare quell’equilibrio perso nell’esilio e nella distanza.

