Joris-Karl Huysmans – Prehistorica – traduzione Filippo d’Angelo
“Comparve Marthe[…].
Era deliziosa nel costume che lei stessa aveva ritagliato da tessuti di seta all’ingrosso. Un corsetto rosa trapuntato di finte perle, un corsetto di un rosa delizioso, quel rosa flebile, e per così dire spirato, proprio delle stoffe del Levante stringeva i suoi fianchi mal contenuti da quella prigione serica; con il suo casco di capelli opulentemente rossi, con le sue labbra provocanti, umide, voraci, scarlatte, incantava, irresistibilmente seduttiva!”
Marthe è un classico raffinato ed è un viaggio nella Parigi di fine Ottocento: queste sono (più o meno) parole di Giulia di Prehistorica, gliele prendo in prestito perché sono perfette per introdurre alla lettura di questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1876.
E aggiungiamo pure che l’egregia traduzione di Filippo D’Angelo riesce a farne gustare la lettura, rendendola fresca, senza togliere nulla al classico che questo romanzo è.
Marthe è proprio un viaggio nel tempo, Huysmans catapulta il lettore tra i vicoli di Parigi, tra i locali frequentati da bevitori incalliti, tra i teatri, gli appartamenti arredati in modo squallido e tra, ovviamente, le case chiuse.
La protagonista è una donna di umili origini, orfana, costretta a un lavoro logorante, ma che cerca una via d’uscita dalla sua condizione.
“Questo caso decise il destino di Marthe. L’altra le vantò i benefici della sua condizione; lei bevve due bicchieri di troppo, accompagnò l’amica fino alla soglia del suo antro e vi arrischiò un piede, credendo di poterlo ritrarre quando avesse voluto.
L’indomani era ufficialmente a servizio in una mescita d’amore.”
Passa così dal bordello al teatro, dal teatro all’amore per Léo e alla vita di coppia. Dalla vita di coppia alla noia che ne consegue,
“Si accusavano l’un l’altra di ingratitudine. Léo pensava di aver fatto un grande sacrificio associandola alla propria vita, Marthe era convinta di essergli devota. Faceva tutto lei, ripuliva i mobili, lavava il pavimento e le stoviglie, candeggiava la biancheria, non vedeva più le sue vecchie amiche che lui aveva messo cortesemente alla porta, e, in cambio di tutto questo, si ritrovava in miseria!”
a… e qui mi fermo
Sullo sfondo una Parigi che, come già detto, è protagonista essa stessa, e un racconto fatto di dettagli, di descrizioni che riescono a dare vita a ogni ambiente. Huysmans ci fa appoggiare il gomito sul banco di ogni bettola, ci introduce nelle case di tolleranza, ma lo fa sbattendoci sempre la porta in faccia; lasciandoci sul pianerottolo a immaginare o, semplicemente, ad attendere
“Non aveva ancora potuto dimenticare, nel triste abbrutimento delle sbronze, quella vita terribile che ti getta, dalle otto della sera alle tre del mattino, su un divano; che ti forza a sorridere, allegra o triste, ammalata o in salute; che ti forza a stenderti accanto a un orrendo ubriacone, a subirlo, ad accontentarlo; vita più terribile di tutte le geenne immaginate dai poeti, di tutte le galere, di tutte le navi prigione, poiché non esiste uno stato così avvilente, così miserabile che possa eguagliare, per sforzi abietti e sinistre fatiche, il mestiere di quelle infelici!”
Huysmans non ci strizza mai l’occhio: non ci fa provare empatia per Marthe, che ci viene raccontata con la sincerità delle sue colpe e dei suoi errori, delle sue scelte. Ci fa passeggiare per una Parigi ben lontana da essere la città dell’amore, una Parigi vestita di miseria e di pericolo, dove basta poco per scivolare in disgrazia.
Non ci fa innamorare della storia d’amore: perché anche quella soffoca nell’abitudine, forse, ma ancor di più (e ancora una volta) in quella miseria che non dà scampo.
“Nei primi tempi ci si sforza di essere gentili; si cerca di anticipare i desideri dell’altro e si cede a ogni sua volontà. Ci si rende allora ben conto che la prima lite ne provocherà altre, ma la miseria fa tornare sobri.”
Una società ai margini quella che ci racconta Huysmans, una società che poco scampo dà. Una società che difficilmente concederà un lieto fine.

