– Non senti mai la mancanza dei luoghi che hai abitato?
Le aveva chiesto, mentre con una mano faceva girare il cucchiaino nella cioccolata troppo calda. Entrambe le mani poi avevano circondato la tazza ed erano rimaste un poco lì.
Era un giorno di dicembre, era un giorno freddo. Lei aveva strappato con i denti un pezzetto di biscotto di frolla, con la mano aveva indicato la bocca piena. Poi si era girata intorno all’indice il filo della bustina che penzolava dalla tazza. Il pensiero aveva trovato un portone che si apriva su un giardino di ghiaia, in fondo una porta dalle persiane azzurre.
Non aveva mai avuto il coraggio di andare oltre quel portone, non aveva mai fotografato quella porta. I loro sguardi si erano incontrati sopra al calore delle tazzine, gli occhi di lui erano in attesa, quelli di lei forse anche. Si erano abbassati nello stesso momento.
Lei aveva ricordato le luci di un Natale in una città del Sud, un Natale in preparazione che lei poi aveva vissuto altrove. Aveva pensato a un’estate in un piccolo borgo, a un colpo di caldo, a una panchina all’ombra davanti a una bottega, aveva pensato anche a quanto le piaceva il suono della parola “bottega”. Da lì il pensiero si era spostato a un tramonto visto dagli scogli, mangiando un trancio di pizza. A una piazzetta senza troppe pretese, raggiunta dopo un vicolo in salita, ai ciottoli bagnati dalla notte recente di un borgo fatto di tanti colori e di tanti silenzi. Al silenzio di un dopo pranzo in un luogo del quale non ricordava il nome, lo avrebbe trovato dopo, forse, in una foto salvata.
– Non ho ancora deciso dove voglio fermarmi – aveva detto portandosi la tazza alle labbra – non appartengo a nessun luogo o, forse, un poco a tutti.
Oltre alla vetrina persone avvolte in giubbotti o cappotti, il passo affrettato interrotto solo da vetrine illuminate di caldo.
Lui le aveva racchiuso una mano sotto alla sua. Aveva stretto un poco e sorriso, anche, un poco. Ma forse era il segno leggero lasciato da una cioccolata ormai tiepida.

